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Il padre, Carlo Alberto è un tenente di fanteria, la madre, Susanna Colussi è una maestra elementare. Durante l’infanzia e l’adolescenza, a causa dei continui trasferimenti del padre, vive prima a Parma, poi a Belluno, a Conegliano, Cremona e Reggio Emilia.
Sente di essere un "nomade". Trascorre i soggiorni estivi a Casarsa, …vecchio borgo…, grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana.
Della sua infanzia dirà: "Finisce a 13 anni. Come tutti: tredici anni è la vecchiaia dell'infanzia, momento perciò di grande saggezza. Era un momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l'estate del '34. Finiva un periodo della mia vita, concludevo un'esperienza ed ero pronto a cominciarne un'altra. Questi giorni che hanno preceduto l'estate del '34 sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita".
Del 1928 è il suo esordio poetico. Annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrà perduto nel periodo bellico. Degli anni del ginnasio è Teta veleta che lo scrittore più tardi spiegherà in questo modo: "Fu a Belluno, avevo poco più di tre anni. Dei ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa mia, più di ogni altra cosa mi colpirono le gambe soprattutto nella parte convessa interna al ginocchio, dove piegandosi correndo si tendono i nervi con un gesto elegante e violento. Vedevo in quei nervi scattanti un simbolo della vita che dovevo ancora raggiungere: mi rappresentavano l'essere grande in quel gesto di giovanetto corrente. Ora so che era un sentimento acutamente sensuale. Se lo riprovo sento con esattezza dentro le viscere l'intenerimento, l'accoratezza e la violenza del desiderio. Era il senso dell'irraggiungibile, del carnale - un senso per cui non è stato ancora inventato un nome. Io lo inventai allora e fu teta veleta. Già nel vedere quelle gambe piegate nella furia del gioco mi dissi che provavo teta veleta, qualcosa come un solletico, una seduzione, un'umiliazione".
Negli anni del liceo crea, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini,Fabio Mauri un gruppo letterario per la discussione di poesie.
Collabora a Il Setaccio, il periodico della Gil bolognese. Scrive poesie in friulano e in italiano, raccolte in un primo volume Poesie a Casarsa.
Partecipa alla redazione di una rivista, Stroligut, con altri amici letterati friulani, con cui crea la Academiuta di lenga furlana. Il dialetto rappresenta una sorta di opposizione al potere fascista: "Il fascismo non tollerava i dialetti, segni dell'irrazionale unità di questo paese dove sono nato…. L'uso del dialetto, fino ad allora prerogativa clericale, per Pasolini rappresenta anche un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse sottosviluppate. L’8 settembre del 1943 Pasolini fugge dalle armi e torna a Casarsa, dalla madre. Ossessionato dall’idea di finire uncinato, trascorre i lunghi mesi dell’occupazione nazista nella cittadina friulana e nel vicino borgo di Versuta. Qui, in casa, organizza una scuola gratuita per pochissimi alunni.
Nel 1944 esce il primo di due quaderni intitolati Stroligut di cà de l’aga. Nel maggio del 1945 riceve la tragica notizia della morte del fratello minore Guido. Partigiano nella divisione Osoppo legata al Partito d’azione, è ucciso in un oscuro episodioda mano fraterna nemica, cioè da gruppi di partigiani comunisti uniti agli svoleni che volevano l’annessione del Friuli. Il ritorno a Casarsa rappresenta, negli anni dell'università, il ritorno ad un luogo felice. A Silvana Ottieri ,in una lettera dell'aprile 1947, scriverà: "Che si fosse di sabato Santo era un particolare che mi lasciava freddo. Tu avessi visto i colori dell'orizzonte e della campagna! Quando il treno si fermò a Sacile, in un silenzio fittissimo, da ultima Tule, ho sentito di nuovo le campane. Là, dietro alla stazione di Sacile si spiegava verso la campagna una strada che non so se ho percorso durante l'infanzia o se ho sognato...". Nell’autunno del 1945, Pasolini si laurea con una tesi dal titolo Antologia della lirica pascoliana.
Finita la guerra, torna dalla prigionia del Kenya il padre, oramai reduce malato, avvelenato dalla sconfitta del fascismo. Il ritorno del padre, la morte del fratello e il dolore sovraumano della madre rendono questo periodo il più tragico della sua vita.
Intanto, prosegue la sua attività poetica. Nel’45 pubblica Poesie e I diarii , nel’46 I pianti. Gran parte dei versi scritti dal’43 al ’49 sono raccolti, nel 1958, nel volume L’Usignuolo della Chiesa cattolica . In dialetto friulano, invece, esce, nel’49, Dov’è la mia patria e, nel’53, Tal cour di un frut.
Il ’47 è l’anno della scoperta di Marx e della sua adesione al Partito comunista, strumento per trasformare la preistoria in storia, la natura in coscienza.
Dopo un periodo d’insegnamento nella scuola media di Valvasone, conclusosi con un processo per corruzione omosessuale e con l’espulsione dal Pci, nel 1949 Pasolini, fugge con la madre a Roma. Dei primi due anni romani racconterà: "Fui un disoccupato disperato, di quelli che finiscono suicidi; poi trovai da insegnare in una scuola privata a Ciampino per ventisettemila lire al mese".
Nel ’51 si trasferisce da piazza Costaguti, nel quartiere ebraico, a Ponte Mammolo, sulla Tiburtina, "in una casa restata definitivamente senza tetto".
Pasolini scopre la periferia, la Roma delle borgate che diventa lo scenario dei suoi romanzi.
Entra in contatto con gli ambienti letterari romani, con scrittori, poeti e con il gruppo di intellettuali che si riunisce intorno alle riviste Il contemporaneo, Paragone e Vie nuove. Partecipa attivamente a iniziative editoriali, a polemiche letterarie e pubblica testi di vario tipo.
Nel 1954 si accosta all’ambiente del cinema e alla sceneggiatura cinematografica con il film La donna del fiume di Mario Soldati. L’anno successivo è la volta del film Il prigioniero della montagnadi Luis Trenker. Nel’57, collabora, come filologo per le battute in romanesco, alla sceneggiatura de Le notti di Cabiria di Federico Fellini.
Sempre nel ‘54 raccoglie tutti i versi scritti in dialetto nel volume La meglio gioventù. Alla poesia dialettale Pasolini torna nel 1974 con Seconda forma de La meglio gioventù.
Nel 1955, con gli antichi compagni d’università, Leonetti e Roversi, fonda a Bologna la rivista critica Officina.
In quello stesso anno pubblica il romanzo Ragazzi di vita. Sono gli anni Cinquanta, il libro suscita accese polemiche e Pasolini è accusato di oscenità.
Stringe amicizia con Alberto Moravia, Elsa Morante e con l’attrice Laura Betti. Nonostante la notorietà, continua a trascorrere la maggior parte della sua vita al di là del confine della città, oltre i capolinea. Il mondo del sottoproletariato romano gli ispira, nel 1959, un nuovo romanzo: Una vita violenta.
Dal 1960 Pasolini passa dalla letteratura al cinema. Firma varie sceneggiature, la regia di molti film, suscitando spesso scandalo e polemica. Nell’autunno del 1961 è vittima di una campagna diffamatoria e viene addirittura accusato di rapina a mano armata.
La sua fama si diffonde anche sul piano internazionale e le sue opere vengono tradotte in numerose lingue.
Dai viaggi in Africa e in India con Alberto Moravia nasce L’odore dell’India (1962). Stringe amicizia con la cantante lirica Maria Callas, protagonista del film Medea.
Altre opere: Diario, Sonetto primaverile, Il sogno di una cosa, Passione e ideologia, Poesia in forma di rosa, Alí dagli occhi azzurri.
Sei tragedie costituiscono la produzione teatrale di Pasolini: Pilade, Affabulazione, Calderón, Orgia, Porcile e Bestia da stile.
Del 1968 è il suo clamoroso intervento poetico Il Pci ai giovani!!, attraverso il quale attacca duramente il Pci e difende i poliziotti d’origine proletaria contro gli studenti, figli di borghesi e piccolo-borghesi.
Nel 1971 pubblica Trasumanar e organizzar, raccolta di versi in cui si trovano parzialmente svolti i temi dei suoi successivi scritti giornalistici.
Il massimo della saggistica provocatoria è rappresentato da due volumi: Scritti corsari (1975) e Lettere luterane, quest’ultima pubblicata postuma nel 1976. In questi lavori si scaglia contro il mondo borghese, il capitalismo e il neocapitalismo, la società di massa e il consumismo, il villaggio globale, la televisione, l’omologazione, la rivoluzione antropologica, il Sessantotto, l’aborto, il divorzio, lo stalinismo e l’invasione dell’Ungheria.
L’ultima "notte brava". Il poeta d’opposizione, il Tiresia dei tempi moderni, il grande preveggente delle brutture e delle violenze italiane abbandona tragicamente il mondo. E’ il 2 novembre del 1975. Il corpo di Pier Paolo Pasolini viene ritrovato all’Idroscalo di Ostia.
A compiere il crimine è Giuseppe Pelosi, un ragazzo di borgata. Il giovane diciassettenne così confessa al giudice: "Pasolini voleva avere rapporti con me. Io non volevo. Mi ero inferocito e l'ho colpito, sempre più forte, e, quando l'ho visto a terra, sono corso alla macchina e sono passato sopra di lui".
La polizia ritiene da subito che il ragazzo è consenziente alle richieste dello scrittore e che, poi, una frase o un gesto scatenano la lite tra i due. Il triste racconto continua: “Pasolini ha preso un bastone e mi ha colpito. La sequenza è ricostruita dalla polizia: Pelosi reagisce, stacca un pezzo di legno dalla staccionata e si scaglia sullo scrittore, finché non lo vede cadere a terra. Si allontana di qualche passo e fugge. Pasolini, sanguinante, riesce ad alzarsi e ad inseguirlo. Una nuova colluttazione, poi Pasolini cade a terra e Pelosi corre alla macchina. Sul corpo esamine dello scrittore, i segni delle ruote dell’auto...
Oriana Fallaci, pochi giorni dopo l’omicidio, il 14 novembre del 1975, scrive sull’Europeo: "Esiste un'altra versione della morte di Pasolini. Pasolini non venne aggredito e ucciso soltanto da Giuseppe Pelosi, ma da lui e da altri due teppisti, che sembrano assai conosciuti nel mondo della droga. I due teppisti erano giunti a bordo di una motocicletta dopo mezzanotte, ed erano entrati insieme a Pasolini e al Pelosi in una baracca che lo scrittore era solito affittare per centomila lire ogni volta che vi si recava. Le urla di un alterco violento cominciarono dopo qualche tempo che i quattro si trovarono dentro la baracca. A gridare: Porco, brutto porco non era Pasolini, ma erano i tre ragazzi. A un certo punto la porta della baracca si spalancò e Pasolini uscì correndo verso la sua automobile. Riuscì a raggiungerla e si apprestava a salirci quando i due giovanotti della motocicletta lo agguantarono e lo tirarono fuori. Pasolini si divincolò e riprese a fuggire. Ma i tre gli furono di nuovo addosso e continuarono a colpirlo. Quando Pasolini si abbatté esanime, i due ragazzi corsero verso la sua automobile, vi salirono sopra, e passarono due volte sopra il corpo dello scrittore, mentre Giuseppe Pelosi rimaneva a guardare. Poi i due scesero dall'automobile, salirono sulla motocicletta, partirono mentre Giuseppe Pelosi gridava: Mo' me lasciate solo, mo' me lasciate qui. Continuò a gridare in quel modo anche dopo che i due si furono allontanati. Allora si diresse a sua volta verso l'automobile di Pasolini, vi salì e scappò".
Le pubblicazioni postume: Amado mio. Atti impuri (1983), Petrolio (1992); Le poesie (antologia, 1975), Poesie e pagine ritrovate (1980), Poesie dimenticate (1980), Il sogno del centauro (1983), Lettere agli amici. 1941-1945 (1976), Lettere 1940-1954 (1986), Volgar’eloquio (1987), Lettere 1955-1975 (1988), Il portico della morte (1988), I dialoghi (1992), Antologia della lirica pascoliana (1993), Vita attraverso le lettere (1994), Interviste corsare (1995).
Diceva di se stesso:"Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà e la follia e il mistero"
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