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Giornalista, storico, coscienza civile di un Paese che ha spesso criticato, ma amato come pochi. La storia di Indro Montanelli è la storia dell’Italia del Novecento. Laico impenitente, liberale conservatore, da sempre anticomunista, ma deciso oppositore anche del fascismo, penna arguta da toscanaccio indomabile, uomo di destra diventato alla fine testimonial dell’Ulivo - "è il male minore", scrisse in un commento anti-Berlusconi.
E’ lui con l’inseparabile Olivetti "Lettera 22" a raccontare un secolo di cronache drammatiche, di passioni, di guerre, di terrorismi, di avventure editoriali, di ascese fulminanti, di politici mai troppo amati, di delusioni, di mezze figure, dell’ipocrisia e dell’opportunismo degli italiani: "Non siamo affidabili neanche nell’inaffidabilità". Con grande stile, ma sempre con prese di posizioni nette, spesso controcorrente, mai conformiste, dure e a volte anche cattive.
Due lauree, in giurisprudenza e scienze politiche, figlio di un preside, all’inizio degli anni Trenta emigra in Francia, frequenta la Sorbona e viene assunto come cronista a Paris soir e successivamente all’agenzia United Press.
Ma è il tempo della guerra d’Africa e Montanelli nel ’35 parte volontario. Qui racconta l’avventura italiana in un diario intitolato Ventesimo battaglione eritreo che gli vale un’entusiastica recensione sul Corriere della sera. E’ il primo di una serie di scritti che, parallelamente all’attività di cronista e inviato, ne hanno celebrato il talento e l’indubbia capacità di analisi critica e storiografica.
Al Regime non piace questo giornalista, già allora troppo indipendente. Quando nel ’37 è inviato in Spagna per conto del Messaggero durante la guerra civile, le sue cronache gli valgono l’accusa di "disfattismo", l’espulsione dal Partito e la radiazione dall’albo dei giornalisti.
Finisce a insegnare all’istituto italiano di cultura a Tallin in Estonia. Poi è chiamato dal Corriere della sera – che resterà sempre il suo grande amore – dalle colonne del quale raccontò l’ascesa di Hitler, la tragedia della Seconda guerra mondiale, le battaglie sui fronti della Francia, in Finlandia, in Albania, sui Balcani, in Grecia.
Si avvicina al movimento laico di "Giustizia e libertà" e viene arrestato dai fascisti con l’accusa di aver scritto articoli sugli amori di Mussolini (in realtà non erano opera sua ma di Domenico Bartoli). I tedeschi lo condannano a morte, riesce a evadere dal carcere di San Vittore a Milano e fugge in Svizzera, ma fino al ’45 non può più scrivere. Forse una condanna ancora più pesante per un giornalista di razza come lui.
Torna a scrivere al Corriere per merito del direttore Guglielmo Emanuel che ne difende l’indipendenza. Nel dopoguerra diventa "la firma" del giornalismo italiano grazie a inchieste e reportage da grande inviato. Nel ’56 è il primo giornalista del mondo ad arrivare in Ungheria per raccontare con i suoi servizi l’anelito di libertà del popolo magiaro e la spietata reazione sovietica, culminata nella repressione dei carri armati.
Al Corrierone resta fino agli anni Settanta. Ma quando l’amico Giovanni Spadolini viene sostituito alla direzione con Piero Ottone ("Un golpe guatemalteco", lo definì Montanelli) decide di lasciare il quotidiano di Via Solferino, per lui ormai su posizioni troppo progressiste e fonda Il Giornale. I suoi corsivi nel nuovo quotidiano – dall’eloquente titolo di "Controcorrente" - diventano frecce che colpiscono con il solito spirito caustico e asciutto, politici, intellettuali, femministe, giornalisti. Soprattutto di sinistra, soprattutto in quel magma radical-chic che ha sempre odiato.
Nel ’77 Montanelli è anche vittima di un agguato delle Br che gli sparano tre colpi alle gambe. Sono anni difficili, il terrorismo sta scatenando la sua battaglia finale contro lo Stato, la democrazia italiana appare fragile e confusa. Da sempre vicino ai partiti laici (repubblicano o liberale) Montanelli alle elezioni lancia il suo famoso appello: "Turatevi il naso, votate Dc". Era nell’aria il possibile sorpasso del Pci di Enrico Berlinguer, Ugo La Malfa – allora leader dei repubblicani – non gliel’ha perdonata mai.
Poi arrivano gli anni del Pentapartito, dell’ascesa di Bettino Craxi (per Montanelli "privo della stoffa del capo" ma dotato di quella "del boss, del padrone, anzi del padrino") e di Ciriaco De Mita ("ho letto che l’Avvocato l’ha definito un intellettuale della Magna Grecia, ma c’è qualcosa di troppo: la Grecia").
Quando Silvio Berlusconi – il suo editore al Giornale – nel ’94 decide di "scendere in campo", Montanelli è contrario ("Berlusconi mostra il volto di un prepotente pronto a qualsiasi sopruso"). Gli fa sapere che non l’appoggerà mai in questa nuova avventura e non farà della sua creatura editoriale l’house organ di Forza Italia. Il rapporto si rompe. Montanelli è costretto a lasciare Il Giornale e fonda La Voce, irriverente quotidiano che con l’arma dei fotomontaggi ed editoriali al vetriolo irride i nuovi potenti. Un’avventura che dura poco, come il primo governo Berlusconi. Da allora il giornalista si ritrova – ironia della sorte – al fianco di quegli ex comunisti che l’avevano attaccato per anni. Con un dubbio: è stato lui a spostarsi a sinistra o il Paese troppo a destra?
Dal ’95 è di nuovo al Corriere, dove rifirma la sua rubrica di posta con i lettori "La stanza di Montanelli". Il giorno della sua morte lo spazio resta bianco.
Aveva detto per gioco che quando sarebbe morto avrebbe voluto scritto sulla tomba: "Qui giace Indro Montanelli. Era ora". Poi, in punto di morte, ha invece lasciato un messaggio ancora più montanelliano pubblicato sulla prima pagina del Corriere: "Indro Montanelli prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose, né commemorazioni civili".
Di lui lo storico inglese Mack Smith ha detto: "Era un uomo straordinario non solo perché sapeva di storia in maniera leggibile, ma perché di molti fatti che riguardavano la recente storia d’Italia, il fascismo, la guerra, il dopoguerra, lui era stato testimone. Non parlava per sentito dire, ma perché si era trovato a vivere dentro gli accadimenti, da giornalista vero".
Ed Enzo Biagi ha detto: "Montanelli è da porre tra i grandi del Novecento. Lui l’Italia di questo secolo l’ha raccontata tutta nelle sue storture, da grande cronista, a cominciare dalle imprese del ventesimo battaglione eritreo nella guerra d’Etiopia. E non ha smesso di raccontarla fino agli ultimi giorni. Ai colleghi più giovani, poi, ha insegnato che si può anche sbagliare con l’attenuante della buona fede, ma che bisogna anche essere capaci di chiedere scusa. Lui l’ha fatto".
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