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Deve essere curioso vivere il momento di massima popolarità a 75 anni, dopo una vita trascorsa all’insegna della discrezione e del lavoro. E’ quello che è accaduto a Franco Sensi, petroliere ed imprenditore, dal 1993 presidente della Roma calcio.
Fino a pochi anni fa era un industriale potente ma poco conosciuto. Un imprenditore classico della “old economy”, lontano anni luce dai clamori di molti altri presidenti di squadre di calcio. Un uomo d’affari che nel giugno del 1993 si mette in testa di salvare una società calcistica sull’orlo del fallimento. La Roma è infatti reduce da tre anni di presidenza di Giuseppe Ciarrapico. Tre anni positivi per la squadra (una Coppa Italia, un terzo posto, una finale di Coppa Uefa) ma disastrosi per i bilanci societari. Ciarrapico è arrestato due volte nella primavera del 1993 per finanziamento illecito ai partiti e per frode. Senza un acquirente la Roma rischia di fallire e di ricominciare dalla C2. Un incubo per i tifosi giallorossi. Sensi salva la baracca insieme a Pietro Mezzaroma, costruttore romano. E’ una sfida accettata più per passione che per calcolo. Sensi è da sempre tifoso romanista. Suo padre Silvio è stato tra i fondatori della Roma nel 1927.
L’esordio non è semplice. La tifoseria non lo ama. Anche perché Sensi chiude con i gruppi ultras di estrema destra protetti e sovvenzionati dalla società all’epoca della presidenza Ciarrapico. Sensi rimane presto solo al comando perché Mezzaroma si tira fuori. Sono anni difficili per esordire nel mondo del calcio. Il Milan di Silvio Berlusconi è imbattibile e sta imponendo un nuovo modello di società sportiva. Sensi è un presidente tifoso, vecchio stile. Vuole fare lui il mercato, decidere sui giocatori. La Roma va male, non riesce a schiodarsi dalla bassa classifica. Nel 1994 arriva sulla panchina Carlo Mazzone. Sensi sogna una squadra di romani (gioca ancora Giuseppe Giannini, ci sono Massimo Cappioli e il giovanissimo Francesco Totti) allenata da un romano. Ma l’esperimento non riesce. Dopo due anni, Sensi contatta Fabio Capello, ormai prossimo all’addio al Milan. Ma il tecnico capisce che non avrà libertà d’azione e si trasferisce a Madrid. Sensi sceglie allora Carlos Bianchi, allenatore argentino del Velez campione della Coppa Intercontinentale. Altro fallimento. Bianchi è esonerato e la Roma rischia la retrocessione. A maggio 1997 il colpo a sorpresa: Sensi chiama Zdenek Zeman, esonerato pochi mesi prima dalla Lazio.
Sensi sposa la battaglia di Zeman contro il doping e si attira le ire del Palazzo del pallone. Ma il pubblico si riconosce finalmente nel suo presidente. Nel frattempo, il calcio ha scoperto la gallina dalle uova d’oro della pay-tv. Sensi raccoglie i malumori di diverse squadre del Centro Sud e spezza il monopolio Telepiù, mettendo propri capitali in Stream. Continua a litigare con i club del Nord, in particolare con il vicepresidente del Milan Adriano Galliani. Sensi grida spesso al complotto contro la Roma e soffre per i primi successi della Lazio di Sergio Cragnotti. Accetta allora le leggi del “new football”. Scarica Zeman e chiama Capello, l’allenatore manager.
Incappa in gaffe clamorose. A Natale 1999 regala a tutti gli arbitri di serie A un rolex d’oro. Sono gesti usuali tra le società calcistiche, ma Sensi si muove goffamente e il fatto esce su tutti i giornali. Quota la società in borsa, imitando a due anni di distanza la Lazio. Acquista altre squadre: il Nizza, il Foggia e il Palermo. Nell’estate del 2000 mette a segno una campagna acquisti sensazionale: Emerson, Gabriel Omar Batistuta e Walter Samuel i pezzi da novanta. Nel 2001 Giulio Andreotti lo vorrebbe candidato sindaco di Roma per Democrazia europea. Sensi ringrazia e rifiuta. La sua Roma è finalmente ai vertici del calcio italiano e non vuole altri pensieri.
Dicono di lui. Niels Liedholm: “Il presidente Sensi ha sempre fatto il massimo per la Roma, acquistando sempre il meglio”. Flavio Briatore (uomo d’affari): “Sensi farebbe bene a smetterla di comprare mille squadre. Dovrebbe concentrarsi solo sulla Roma, senza vedere complotti ovunque”.
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