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E’ un oggetto prezioso Roberto Baggio da Caldogno, sesto di otto fratelli con un probabile futuro da tornitore se non avesse avuto un pallone tra i piedi. Uno di quei gioielli che fanno la differenza quando li indossi. Ma – chiariamolo subito – non è un ninnolo inutile. Nella sua carriera - l’ultimo romantico del calcio – ha vinto molto, ha segnato, ha stregato prima l’Europa, poi il mondo.
Miglior realizzatore italiano in attività con 178 reti, miglior realizzatore italiano ai mondiali (9 gol a pari merito con Paolo Rossi), quarto miglior realizzatore di sempre con la nazionale con 27 gol (su sole 55 partite), 31 gol nelle Coppe, due scudetti (Juve ‘95 e Milan ‘96), una coppa Uefa (Juve ‘93) e una coppa Italia (Juve ‘95), miglior giocatore del mondo nel premio Fifa e Pallone d’Oro nel ’93 (unico italiano insieme a Gianni Rivera e Paolo Rossi a conquistare il premio della rivista "France Football" e l'unico a vincere tutti e due i massimi riconoscimenti del calcio internazionale) e secondo l’anno successivo, vicecampione del mondo con la Nazionale nel '94.
Malgrado ciò, non c’è calciatore italiano più amato e più discusso. Il Codino - capace di traiettorie impossibili, di cambi di ritmo e dribbling secchi e imprevedibili, di punizioni millimetriche e rigori imparabili - è sempre stato in lotta con i suoi allenatori. A parte Eriksson alla Fiorentina, Gigi Maifredi, Giovanni Trapattoni alla Juve, e Carletto Mazzone al Brescia – addirittura diventato una clausola nel contratto del giocatore con la società "se va via lui parto anch’io" – con gli altri è stato un continuo rapporto di amore e odio (più odio che amore).
Eppure quanto gli devono i Sacchi, gli Ulivieri, i Capello e i Lippi. Con lui hanno vinto, hanno sfiorato imprese impossibili (Sacchi e i mondiali Usa del ’94), hanno conquistato l’Europa (Lippi l’anno scorso con l’Inter, Ulivieri con il Bologna) e scudetti (sempre Lippi e Capello).
Ma non l’hanno mai amato. Forse perché Baggio è l’unico giocatore senza maglia e senza schemi: lui è Baggio. Un attaccante imprevedibile, capace di vedere il gioco un attimo prima che avvenga, di mettere la palla là dove nessuno avrebbe pensato o potuto fare. Ma anche un leader dentro e fuori del campo, un buddista in un Paese conformista di cattolici per tradizione e poca convinzione. E un giocatore dal carattere di ferro: da anni si deve allenare a parte – con un suo preparatore – per rimediare a infortuni che avevano messo a rischio l’inizio della carriera.
Venne acquistato dal Vicenza per 800 mila lire nel 1981. Poi ha girato tutto il gotha del calcio italiano: Fiorentina (dall’85 al ‘90), Juventus (con mezza Firenze per strada a maggio del 1990 a contestare la cessione per 25 miliardi decisa dal presidente Pontello), Milan (dal ’95 al ‘97), poi Bologna, dove fa 22 gol e riconquista la maglia azzurra ai mondiali di Francia ’98. L’anno dopo arriva all’Inter. Il presidente Massimo Moratti ne è sempre stato innamorato e nel ’98 corona il sogno di vederlo accanto a Ronaldo: peccato che, tra infortuni e scelte tecniche, giocheranno poco insieme. Quindi nel 2000 l’approdo nella tranquilla Brescia – 4 miliardi e mezzo a stagione - a lottare per la retrocessione riuscendo invece – con 10 gol e un bel po’ di assist - a portare le Rondinelle addirittura al settimo posto e alla conquista dell’Intertoto.
“Dicevano che ormai potevo giocare solo 15 minuti a partita, quest’anno ho dimostrato il contrario”, ha detto polemicamente alla fine dello scorso campionato. Sì perché per Baggio è stata l’ennesima rinascita. Lo davano per finito già ai Mondiali del ’94 – “mi sembra un coniglio bagnato” sentenziò Giovanni Agnelli - finché a due minuti dal termine della partita con la Nigeria - che perdevamo 1-0 e significava l’eliminazione – non trovò l’angolo impossibile e pareggiò. Poi fu il trionfo di gol (cinque) ed emozioni fino alla finale con il Brasile e a quel maledetto rigore sbagliato (dopo gli errori di Massaro e Baresi) che ci costò il Mondiale. Sacchi se la legò al dito e Baggio uscì dal giro della nazionale. Ci ritornò a furor di popolo quattro anni dopo in Francia. Anche qui l’Italia perdeva – questa volta con il Cile -. Baggio si libera in area e si procura un rigore. La storia riparte da dove si era fermata, dal dischetto del rigore: ma questa volta è gol. Non gli bastò però a conquistare la fiducia del mister. Era in una forma strepitosa – come entrava la squadra si trasformava – ma gli venne preferito uno spento Del Piero. Con la Francia – nell’ennesimo scampolo di partita – sfiorò il miracolo del golden gol. Forse era chiedere troppo anche a un fuoriclasse come lui.
Tonico e determinato, si era candidato al suo quarto mondiale, quello del 2002 in Giappone e Corea. A 35 anni era la sua idea fissa: “Gioco fino ai Mondiali, vado in Giappone e poi smetto”. Trapattoni era tentato: “Lo tengo presente, come potrei non farlo?”.
Ma - quando dopo otto giornate era capocannoniere con 8 gol - arriva una serie incredibile di infortuni. Il più grave in Coppa Italia contro il Parma il 31 gennaio 2002. Distorsione del ginocchio con interessamento dei legamenti. Viene operato a Bologna il 4 febbraio e la sua stagione è finita, come il sogno dei mondiali.
I tifosi erano pronti alle barricate pur di rivederlo in maglia azzurra. Uno striscione aveva accolto il Ct in una delle ultime partite della nazionale. C’era scritto: “Trapattoni se vuoi vincere il mondiale porta Baggio in nazionale”. Si sa, Baggio è l’unico che riesca a mettere d’accordo tutti. E’ il calcio della fantasia contro quello esasperato degli schemi e del nandrolone. Quello che vorresti non smettesse mai di giocare. E d’inventare.
Di lui Gianni Rivera ha detto: “Baggio è l’unico un giocatore che, quando sono davanti alla televisione, mi costringe a non cambiare canale. È l'ultimo romantico del calcio. Quando smetterà lui, è finita”.
Zizou Zidane: “Maldini lascia fuori Roberto Baggio? Una scelta simile non me la saprò spiegare mai”. (prima della partita Francia-Italia del ’98).
Giorgio Tosatti: “Baggio impone di riflettere su certe mode del nostro calcio. Al quale ha nuociuto una corrente ideologica di allenatori convinti che aumentando a dismisura il potenziamento atletico (magari ricorrendo a integratori e altro), l'aggressività , lo scontro fisico, il ritmo, il pressing, l'organizzazione di gioco con schemi rigidi mandati a memoria, si potesse ridurre l'influenza del talento individuale e persino farne a meno”.
Michel Platini “Baggio? E’ un… nove e mezzo” (alludendo al fatto che non è né solo un attaccante né solo una mezz’ala).
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