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Oscar Tramor, questo il suo vero nome, nasce a Parigi il 21 giugno 1961. La madre è di Bilbao, il padre, Ramon, è originario della Galizia. Nella sua casa Ramon dà ospitalità a molti rifugiati delle dittature sudamericane, e tiene appesa ad un muro una chitarra. Il piccolo Oscar ascolta i discorsi degli intellettuali, scrittori, cantanti, compositori e pittori fuggiti dalle loro terre. E guarda la chitarra appesa al muro.
Passano alcuni anni e il giovane Oscar, che ormai gli amici chiamano Manu, inizia a farsi notare nell'ambiente musicale underground parigino suonando col gruppo rockabilly Hot Pants, con i Joint de Culasse e con i Los Carayos.
Nel 1987, con l'aiuto del cugino Santi Casariego, già batterista degli Hot Pants, realizza il suo sogno di mettere insieme un gruppo aperto a ogni stile musicale, dal rockabilly al reggae, dal rap allo ska, dalla salsa al flamenco. E fonda i Mano negra, prendendo il nome da un gruppo anarchico andaluso e raccogliendo intorno a sé musicisti di origine spagnola, francese, nordafricana. Ogni componente dà il proprio contributo, facendo sentire il suono e la voce della cultura da cui proviene. Il gruppo crea così sonorità inedite e alternative a quelle convenzionali, soprattutto americane, trasmesse dalle emittenti radiofoniche negli anni '80.
Grazie a coinvolgenti esibizioni dal vivo (il più delle volte gratuite, specialmente nelle aree più abbandonate delle periferie metropolitane francesi) e ad album particolarmente riusciti, come Puta's Fever (1989), King of the Bongo (1991) Casa Babylon (1993), i Mano Negra riscuotono un successo che supera ogni aspettativa.
La fortunata avventura col gruppo, però, termina nel 1994, "per esaurimento delle motivazioni originarie", come dirà Manu stesso. Dà quindi avvio ad un altro progetto: chiamare a raccolta vecchi e nuovi amici, trasferirsi tutti insieme in uno spazioso appartamento della Gran Via di Madrid e dar vita a un collettivo di musicisti. Il progetto si concretizza sotto il nome di Radio Bemba e, all'inizio, sembra dare buoni frutti.
Ma Manu, spirito nomade e ribelle, non riesce a star fermo. Saluta gli amici con un "arrivederci" e parte per una lunga peregrinazione che lo porterà a battere le polverose strade dell'Africa, prima, e dell'America Latina, poi.
Torna con uno zaino pieno di nastri sui quali ha registrato suoni, voci, racconti delle culture che ha incontrato durante il cammino. Chiama gli amici di sempre, più altri nuovi. Ognuno risponde alla chiamata portando con sé il proprio strumento. Si chiude in sala di registrazione insieme a loro e, in poco tempo, incide il suo primo disco da solista, Clandestino (1998), un'opera a tratti intimista, a tratti festosa, in cui si alternano sonorità malinconiche e ritmi che invitano al ballo, poesie d'amore e testi di rivolta. Doveva essere un album per pochi intimi, quasi un album fotografico in cui erano state impresse delle istantanee di vita poco adatte per il grande pubblico. Passano invece i mesi e, senza aver ricevuto alcun tipo di promozione (tranne quella dello spontaneo passaparola), il disco arriva a vendere più di 2 milioni di copie.
Il successo si ripete con il secondo album solista, Proxima estacion: Esperanza (2001). La formula è la stessa del precedente, ma qui sembra maggiormente presente uno stato d'animo ottimista e festaiolo. Non mancano però di farsi sentire, così come era in Clandestino, la voce sofferente dei più poveri e le urla di protesta contro le prepotenze dei potenti. Inscindibile dalla sua passione per la musica è infatti il suo impegno a favore dei più svantaggiati. Impegno che gli ha creato anche alcune difficoltà. Come nel dicembre 2000, quando, recatosi in Chiapas per tenere un concerto per gli indios della comunità di Polho' (vicini all'Esercito zapatista di liberazione nazionale), è stato fermato e tenuto per alcune ore in camera di sicurezza dalla polizia messicana.
Ma Manu va avanti per la sua strada. Sostenuto tra l'altro dai centinaia di migliaia di giovani (e meno giovani) che fanno parte del cosiddetto popolo di Seattle, alle cui manifestazioni (siano esse a Washington, a Nizza, a Praga, a Goteborg o a Genova) non mancano mai di risuonare nell'aria, insieme agli slogan contro i pre-potenti della Terra, le sue canzoni.
Di lui il premio Nobel per la letteratura Dario Fo ha detto: "Manu Chao? Geniale, perché usa cose semplicissime, quasi infantili e le rende importanti. Mi piace, direi che mi commuove".
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