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Edoardo Sanguineti
 
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Il flusso incalzante delle informazioni, la figura di Bin Laden, la posizione americana, lo smarrimento dell'Occidente. Dall'11 settembre ad oggi è cambiata la storia? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Sanguineti, docente di Letteratura italiana presso l'Università di Genova, figura di rilievo della cultura italiana del dopoguerra. Esponente di spicco della neoavanguardia e del Gruppo '63, è poeta, critico e saggista.

Come leggere la reazione americana. Novità e incognite di una guerra.
Dopo l' 11 settembre - giorno degli attentati a New York e Washington - lei ha messo a fuoco due aspetti. Uno, il tentativo di richiamo al Corano e di unificazione araba da parte di Bin Laden e i suoi. Due, la sorpresa, lo sbigottimento e la conseguente afasia, la mancanza di parole da parte dell'Occidente nel vedere infranto il mito dell'invulnerabilità. E dopo la reazione americana del 7 ottobre?

"La situazione è senz'altro diversa. Avvenimenti come quelli dell'11 settembre danno la sensazione di poter dare una lettura, un'interpretazione immediata dell'accaduto. Questo perché il fenomeno ha senso in sé. Quello che invece sta accadendo dal 7 ottobre mi sembra abbia aperto un ciclo del quale non si vede la conclusione e le stesse linee di svolgimento mi sembrano molto incerte."

Un'evoluzione che disorienta… Molte variabili e poche costanti in sostanza.
"La sensazione diffusa - dunque non è un'interpretazione soggettiva - è che la cosa si definisca strada facendo. Sempre che si definisca. L'unica costante sembra essere la lunga durata di questa guerra. In effetti basti pensare già all'indefinitezza dello spazio: è difficile stabilire l'area che queste azioni verranno ad abbracciare, così come non si ha un nemico nitido di fronte in un territorio certo e ben determinato. Non è nemmeno il solo Bin Laden ad essere l'obiettivo, piuttosto tutta la fitta rete terroristica. E' chiaro che così la prospettiva divenga pressoché planetaria. E quello che mi sembra opportuno sottolineare, ben oltre la guerra in Afghanistan, è l'emergere del pericolo legato alle epidemie, agli attentati biochimici. Non si riesce bene a capire chi siano i colpevoli e se le cose siano connesse. Siamo di fronte a un'infinita serie di interrogativi che accresce la confusione e il disorientamento. E non solo nostra, di "povera gente" che apprende quel che può da televisioni e giornali".

E di chi altro allora?
"Di tutti coloro che hanno responsabilità in materia. A cominciare dagli americani, Bush, gli inglesi e via dicendo. Mi sembra che tutti siano stretti tra due esigenze incompatibili. Da un lato la necessità di arrivare presto ad una soluzione della questione afghana, dall'altro la sua pratica insolubilità almeno in tempi ragionevoli. E tutto ciò rende la questione estremamente "tenebrosa". Anche molto di più di quelle conosciute in passato".

Si riferisce alla Seconda guerra mondiale?
"Sì. Si era di fronte a una guerra che rispondeva - per così dire - ad una tradizione bellica. Era una guerra "modellizzata" su esperienze anteriori al contrario di quanto accade oggi".

In conclusione, dopo il 7 ottobre l'Occidente, l'America sono "tornati a parlare", sono usciti dall'afasia?
"Credo ci siano state due ulteriori frustrazioni che impediscono la parola. Una dovuta all'estenuante attesa prima degli attacchi in Afghanistan e una successiva relativa ad un'attività che non pare così ben orientata. In sostanza una legata all'inazione e l'altra all'azione vana".

Guerra come lotta di classe. Globalizzati contro globalizzatori e viceversa?
In un suo testo di qualche anno fa, la Ballata della guerra, scriveva - come a trovare una radice unica a tutti i conflitti - "lotta di classe è la guerra da fare". Anche questa guerra può essere interpretata in questa chiave, e cioè un conflitto tra ricchi e poveri?

"Quando si parla di classe - prima ancora che di lotta - bisogna distinguere tra un livello di fatto e un livello di coscienza. Il "povero" Marx diceva che la storia è sempre stata una storia di lotta di classe. E questo mi pare un dato oggettivo. Dunque al di là della copertura fornita da guerre sante, da conflitti ideologici, dal rifiuto della globalizzazione e così via. In questo caso mi sento di affermare che più che di guerra tra ricchi e poveri si tratta di un conflitto tra Paesi ipersviluppati - l'America su tutti - che davvero hanno "globalizzato" il mondo e Paesi emarginati che interessano per il petrolio o perché offrono manodopera a prezzi stracciati e che si possono sfruttare attraverso i modi della vecchia colonizzazione, e cioè attraverso "governi utili" che possono essere messi su, poi smontati, che diventano, dall'oggi al domani, nemici mortali o alleati di ferro. Dunque siamo di fronte oggettivamente ad una lotta di classe, tuttavia senza avere coscienza che si tratti di questo. Infatti né da una parte, né dall'altra c'è un appello, un richiamo in questo senso".

Il nodo, il nuovo fronte è dunque la globalizzazione?
"Sono personalmente favorevole alla globalizzazione, mi sembra un esito fatale. Il problema è quello dell'"implosione" della globalizzazione. E cioè il fatto che il fenomeno ha rivelato da subito caratteri contraddittori interni ad esso nel momento stesso in cui si attuava. E come esito conclusivo del capitalismo non poteva che "esplodere in una implosione". Basti pensare al paradosso bellico: e cioè come un Paese ipertecnologico non riesca ad avere la meglio su altri che si difendono con mezzi arcaici, quasi primitivi".

Dalla sua interpretazione dei fatti emerge una cosa, e cioè che tutto fosse già previsto. E' così?
"Che io l'avessi previsto direi proprio di no, tuttavia non provo quello stupore che molti hanno provato. Sono distante da quell'idea che "la storia è ormai finita, la globalizzazione è irreversibile". Credo che esista solo una relativa irreversibilità delle cose, il mondo rimane sempre aperto a possibili catastrofi. Non è stupefacente, è comprensibile, non è una mostruosità".

E perché non la giudica come tale?
"Chiunque riflettesse anche molto superficialmente sui modi della globalizzazione, sul cinismo economico delle potenze dell'Occidente, sull'indifferenza dei G7 e dei G8 di turno di fronte allo sfruttamento di intere masse di popolazione arriverebbe a queste conclusioni. Mi sembra incredibile invece come si fosse arrivati a pensare che tutto ciò potesse procedere all'infinito. Poteva durare un secolo, cinque o cinque giorni ma prima o poi… E' vero che prevedere questo tipo di attentati e nei tempi rapidissimi in cui si è passati da una riflessione e una critica alla globalizzazione agli effetti che ne potevano scaturire non era possibile. Mentre si iniziava a discutere sul fatto se oltre McDonald's o Internet ci fosse altro, subito è arrivata la risposta: c'è altro!"

Allora cosa le appare mostruoso in tutta questa vicenda?
"La risposta che si dà a problemi concreti. Penso ad esempio ai lanci alimentari in Afghanistan, così come fosse del grano gettato ai polli nell'aia. Oppure la proposta fatta ai bambini americani di dare un dollaro per i bambini afghani mentre "noi - con tutta la controvoglia possibile - bombardiamo i civili". Di fronte a queste cose uno si sfrega gli occhi e dice "capisco la propaganda, l'apparenza di bontà che bisogna mantenere in ogni circostanza", ma mi sembra davvero terribile."

La figura di Bin Laden e i luoghi comuni sul Terzo mondo.
Sorprende la capacità mediatica di quest'uomo che usa i mezzi di informazione con estrema disinvoltura e che sembra interpretare al meglio lo spirito dell'Occidente ipertecnologico.

"Credo che noi abbiamo un'idea veramente molto sbagliata di quello che chiamiamo comunemente Terzo mondo. Si tende spesso a collegare paesi con grandi masse di popolazione che vivono in miseria ad un primitivismo che non c'è. O comunque riguarda solo una parte di essi. Io sono rimasto impressionato nei viaggi che ho fatto principalmente in America latina, in Messico, in Brasile, in Colombia. Ci sono università di primissimo piano che nulla hanno da invidiare alle nostre. Così come in India, dove si dà lavoro ad esperti informatici indiani. E' vero che costano poco ma sono anche bravissimi. Si sanno formare anche là sebbene l'India sia un Paese poverissimo. In sostanza i Paesi che come i nostri hanno attraversato, chi più chi meno, fasi di socialdemocrazia ritengono che le popolazioni afflitte da problemi come la fame o la carestia compongano in blocco quei Paesi. Ma questo non è affatto vero."

Dunque parlare di Terzo mondo è un luogo comune?
"Bisogna pensare che il Terzo mondo è globalizzato quanto il Primo. E non solo come vittima. Qui a mio parere c'è uno scarto "simmetrico rovesciato". Noi abbiamo fondato strumenti straordinari di sviluppo, di dominio e di potenza e non abbiamo idea di chi sia l'avversario. Solo uno specialista conosce il Corano, l'Islam e la sua storia. Invece loro ci sanno, ci conoscono. A parte la massa diseredata, hanno perfettamente compreso come funziona l'Occidente. E l'hanno appreso non solo venendo da noi, ma "direttamente in sede". Bin Laden in questo senso ha un'esperienza occidentale acquisita e sa benissimo come manovrare gli strumenti di persuasione, di seduzione e di propaganda. Il paradosso sta nella sottovalutazione e nella mancata comprensione che ha illuso gli americani. Fatti fuori quattro carri armati, un po' di artiglieria e la contraerea abbiamo risolto. Ma questa contraerea non finisce mai, perché non è la nostra."

Quasi un vantaggio quello dell'arretratezza tecnologica e bellica quindi?
"L'inferiorità di sviluppo tecnologico ha dei vantaggi incredibili e l'abilità tattico-strategica dei nemici non è mica inferiore. Del resto è un fatto storico. Le monarchie militari europee erano molto migliori strategicamente dell'esercito francese di Napoleone. Questo ebbe la meglio solo perché per difendere la Francia in pericolo si mosse un intero popolo. Il nostro mondo non si è reso conto dell'importanza delle lotte partigiane, e mi sembra davvero curioso perché le abbiamo vissute sulla nostra pelle in Europa".

Dunque non è stupito nemmeno dalla resistenza afghana e dall'abilità di Bin Laden?
"No, non sono stupito. Non mi stupisce che Bin Laden abbia potuto organizzare da un punto di vista tecnico gli attentati - sempre che sia stato lui - e che possa sfuggire alla cattura. Così come non mi stupivano i generali vietnamiti quando riuscivano a gestire una guerra e a costringere gli americani alla ritirata."

I media e il flusso delle informazioni.
Una riflessione su come nell'epoca dell'informazione globale viene seguita questa guerra.

"Anche qui siamo di fronte a un paradosso. Adesso che tutto il mondo è informato di tutto e che possiamo sapere il peso di un'attrice, se è al terzo amante o al novantanovesimo, di fronte a una guerra di queste proporzioni - dico di queste proporzioni perché le navi, gli aerei impiegati sono in tal numero come se si dovesse colpire una nazione che occupi mezzo pianeta - si procede completamente alla cieca. E questo accecamento è stato progressivo, perché già le ultime guerre - dall'Iraq al Kosovo - erano abbastanza tenebrose e monopolizzate da alcuni strumenti di informazione attraverso i quali tutto appariva molto dosato. Questa è un volo cieco completo. A cominciare dalle contraddizioni: gli aerei possono vedere e colpire oggetti minimi, poi sbagliano obiettivi e soprattutto non fanno vedere nulla. Dunque nel momento in cui l'informazione è tutto, l'informazione può essere ridotta a zero. E quest'aspetto non fa che accrescere la difficoltà di comprensione."

Poesia e guerra.
Una curiosità: ha scritto qualcosa su questi avvenimenti?

"No."

E pensa di scrivere qualcosa?
"No. In questo caso sono abbastanza renitente perché la comprensione è già difficile e la previsione è pressoché nulla. Dunque preferisco dire cose ragionevoli".

L'Italia e la guerra.
Che idea si è fatto dell'atteggiamento della nostra classe politica di fronte alla guerra attualmente in corso?

"Il panorama mi sembra pessimo. Magari scaricheranno le responsabilità sopra l'altra parte, ma ci sono state molte goffaggini e non solo a livello di stile ma anche di sostanza. Brutto, brutto, brutto"

E riguardo a chi dice né con Bush né con Bin Laden?
"Non mi pare convincente come posizione, anche perché riecheggia in me delle posizioni che anche formalmente mi sembrano infelici. E' vero che vanno messe in luce tutte le responsabilità da una parte e dall'altra, questo sì, ma…"


Michele Fianco/Grandinotizie.it 31 ottobre 2001


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