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Come si ridisegna lo scacchiere politico mondiale

Come si schierano i singoli Paesi di fronte all'attacco americano all'Afghanistan.

Amici stretti
Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Sono al fianco degli Usa e partecipano subito attivamente all'attacco. Condividono sistemi di intelligence (Echelon) e hanno messo a punto strategie militari comuni. I commando britannici sono i primi ad entrare in azione in Afghanistan al fianco dell'Alleanza del Nord. L'attacco del 7 ottobre è un'operazione congiunta Londra-Washington.

L'amico ritrovato (ma inquieto)
Subito dopo l'11 settembre Israele si sente meno solo perché crede che Bush sosterrà in pieno la sua politica. La destra israeliana cerca di coinvolgere subito Iran e Iraq accusandoli di essere i mandanti delle stragi dell'11 settembre. Un chiaro tentativo di strumentalizzazione politica seccamente respinta da Teheran. Ma a pochi giorni dall'attacco ai Talebani, Bush si pronuncia a favore dello Stato dei palestinesi. Sharon insorge, accusando gli Usa di sacrificare gli interessi israeliani per conquistare l'appoggio dei Paesi arabi alla guerra contro il terrore. La Casa Bianca parla di "accuse ingiustificabili". Mai tra Israele e Usa il clima era stato così teso. Alla vigilia dell'attacco Sharon e Bush affermano di "aver fatto la pace". Ma i problemi restano.

Amici titubanti (o solo lenti?)
L'Italia ha espresso solidarietà agli Usa e, dopo qualche titubanza e qualche silenzio di troppo, si è detta disposta a partecipare attivamente alle operazioni militari. Gli Usa dicono di sì alla partecipazione italiana alla guerra soltanto il 3 novembre, ad un mese dall'inizio dei raid sull'Afghanistan. Francia e Germania si sono mosse in modo più tattico. Inizialmente hanno auspicato una reazione "mirata e proporzionata". Con l'inizio dell'operazione Enduring Freedom sono passati ad un sostegno più convinto. Dapprima si delinea un direttorio Gran Bretagna-Francia-Germania come partner degli Usa nella guerra al terrorismo e ai Talebani. Ma le proteste degli altri Paesi europei portano al vertice di Londra del 4 novembre. Sette Paesi (oltre ai tre Spagna, Italia, Belgio,Paesi Bassi) discutono a Londra della guerra in Afghanistan e della situazione in Medio Oriente. Dopo la presa di Kabul da parte dell'Alleanza del Nord, sfuma il previsto impiego di truppe di Paesi europei in territorio afghano.

Amici per forza

Egitto
Ha condannato con fermezza gli attentati, ma inizialmente ha manifestato dubbi su azioni militari. Il presidente Hosni Mubarak teme infatti una guerra senza confine all'Islam che confonda organizzazioni terroristiche e gruppi di resistenza antiisraeliana come Jihad, Hamas ed Hezbollah libanesi. La guerra è sicuramente motivo di grosso imbarazzo per Il Cairo.

Arabia Saudita
Era uno dei tre Paesi a riconoscere il governo dei Talebani. Il 25 settembre cede alle pressioni degli Usa e rompe le relazioni con Kabul. Si tratta di un brusco stop ad una intensa attività diplomatica panaraba avviata dopo la guerra del 1991. Riad ha infatti cercato di "sdoganare" presso l'establishment internazionale la Libia e l'Iran e ha cercato di assumere il ruolo di guida politica di tutti gli altri Stati della penisola arabica. L'Arabia Saudita appoggia gli Usa ma lo fa malvolentieri. I vertici della monarchia saudita sono scossi da forti sentimenti antiisraeliani e antiamericani. Il principe ereditario Abadallah ibn Abd al Aziz non nasconde le sue simpatie per Bin Laden. Questa volta Riad non sostiene gli Usa come nel 1991 contro Saddam Hussein. Non concede l'impiego delle proprie basi e auspica una soluzione rapida della guerra.

Amici interessati
La Russia appoggia gli Usa nell'attacco a Kabul. Il vertice di Shangai del 21 ottobre sancisce la piena intesa tra Mosca e Washington. Vladimir Putin avrebbe ottenuto in cambio l'appoggio americano per operazioni in Cecenia (dove operano gruppi di fondamentalisti islamici) e in altre repubbliche del Caucaso.

I nuovi "amici"
L'India, tradizionalmente antiamericana, ha offerto pieno appoggio agli Usa. In cambio otterrà la fine delle sanzioni per l'atomica e completa libertà d'azione nel Kashmir, da sempre conteso al Pakistan.

Pakistan
Paese chiave del conflitto. Il governo del generale Musharraf appoggia gli Usa e gli ha concesso il proprio spazio aereo. Islamabad è passata dal sostegno ai Talebani all'appoggio a Bush. In cambio ha ottenuto aiuti economici e fine delle sanzioni per il golpe del 1999. Adesso il grande problema per il governo è contenere l'opposizione interna. A parte i gruppi fondamentalisti, la maggioranza dell'opinione pubblica è decisamente ostile agli Usa e sensibile al richiamo pan musulmano di Osama Bin Laden. Tutt'altro che remoto il pericolo di una guerra civile. Ma c'è anche chi accusa Islamabad di fare il doppio gioco: concessione dello spazio aereo agli Usa e sostegno economico e militare ai Talebani sotto banco. Il tutto per evitare che a Kabul nasca un governo post Talebani egemonizzato dalle forze tagike e uzbeke, tradizionalmente ostili al Pakistan. In gioco ci sono interessi economici più o meno leciti. Si va dalle pipeline dei gasdotti al controllo del narcotraffico. Anche per questo Russia e Iran finanziano e controllano l'Alleanza del Nord.

La Cina e il Gruppo di Shangai
la Cina ha dato pieno sostegno agli Usa. Il vertice di Shangai ha proclamato il suo nuovo status di potenza politica mondiale. Ora il governo di Pechino ha mano libera contro il terrorismo indipendentista islamico dello Xinjiang. E non deve nemmeno preoccuparsi più delle pressioni Usa per il Tibet e Taiwan. Già nel maggio 2001 la Cina aveva firmato a Shangai un'intesa antiterrorismo con Russia, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. La paura di Pechino è che gli abitanti dello Xinjiang (gli Uighuri, popolazione turcofona) si stacchino dalla Cina per dar vita allo stato indipendente del Turkestan Orientale. Si tratta di un progetto concreto, sostenuto dalla rete di Bin Laden. Per fermarlo Pechino ha dato vita ad una propria geopolitica mediorientale. Un comportamento da superpotenza che si sposa con gli interessi delle repubbliche ex sovietiche dell'Asia Centrale di fermare l'estremismo islamico. Il governo del Kazakistan, in particolare, è attivissimo nella caccia alle formazioni legate a Bin Laden.

Nemici veri e presunti
Oltre ai Talebani il Dipartimento di Stato Usa ha individuato sette Paesi sostenitori del terrorismo: Iran, Iraq, Siria, Libia, Cuba, Corea del Nord e Sudan.

Iraq
E' l'unico governo a non aver condannato gli attacchi terroristici agli Usa. Baghdad ha anzi ipotizzato che gli attentati dell'11 settembre siano opera di gruppi americani di opposizione. A dieci anni dalla Guerra del Golfo Saddam Hussein rimane saldamente al potere, malgrado le sanzioni economiche e una costante "guerra a bassa intensità" fatta di bombardamenti americani e inglesi nel Nord del Paese. Negli ultimi anni Saddam è riuscito a riprendere il riarmo e a sostenere formazioni terroristiche in Medio Oriente. Questo è stato possibile perché i Paesi arabi hanno di fatto rotto l'embargo e ricominciato tutti (Egitto e Siria in modo particolare, ma anche lo stesso Kuwait) ad avere relazioni economiche con Baghdad.

Iran
Malgrado la svolta moderata del governo di Mohammad Khatami (ma i sempre potenti ayatollah rimangono su posizioni integraliste) gli Usa continuano a considerare l'Iran il principale sostenitore del terrorismo. Teheran ha condannato subito gli attentati dell'11 settembre e dopo pochi giorni ha chiuso la frontiera con l'Afghanistan. Ma ha poi immediatamente condannato anche l'attacco Usa all'Afghanistan. La tv di Teheran è stata la prima a parlare di vittime civili nei bombardamenti delle città afghane. L'Iran, che è un rivale storico sia dell'Iraq che dei Talebani , vede con favore una loro disfatta per mano degli Usa. Ma teme al tempo stesso un conflitto prolungato che la isolerebbe. L'Iran teme di venire indirettamente danneggiata nei suoi due grandi centri di interesse: politico in Palestina (dove sostiene Hamas e Jiahd islamica) ed economico nel Golfo Persico (commercio del petrolio e rivendicazioni territoriali su tre isole appartenenti agli Emirati arabi Uniti). l'Iran ha paura che la guerra contro l'Afghanistan finisca per avvantaggiare Israele. Per questo si muove con cautela. Non equidistante (come nel 1991 per Desert Storm) ma nemmeno schierata.

Siria
La Siria è tra i sette paesi inseriti dagli Stati Uniti nella "lista nera" delle nazioni che sostengono il terrorismo. Prima dell'attacco gli americani hanno preso contatti con la Siria con altri due paesi della lista, Cuba e Sudan, che hanno promesso cooperazione. Il quotidiano ufficiale Tishrin aveva espresso subito la linea della Siria: "Bisogna ricordare al mondo che si avvia a combattere il terrorismo che Israele pratica il terrorismo in grande stile contro i palestinesi".


Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/3 dicembre 2001


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