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Per
il cinema italiano e mondiale, l'Europa contemporanea potrebbe
simbolicamente cominciare nel 1947, tra le macerie della Berlino
distrutta dalle bombe in Germania Anno zero. E' il capolavoro
di Roberto Rossellini, che scritturò attori non professionisti,
uomini e donne con il volto scavato dalla fame e dalla paura,
testimoni reali degli orrori della guerra. Una macchina da presa
implacabile riprende la passeggiata di un bambino tra le case,
le strade, le chiese distrutte. Alla fine del cammino, il piccolo,
che nella sua breve vita ha conosciuto solo miseria e sofferenza,
si toglie la vita. Nel dramma del suicidio infantile c'è il germe
della speranza per la fine di un'epoca di conflitti e l'inizio
di una nuova era di pace e riunificazione degli Stati europei.
Ma veniamo ai nostri giorni, nell'Europa dei grandi stati democratici
moderni che, nel solo territorio dell'Unione, conta più di trecento
milioni di cittadini ed è la seconda potenza economica mondiale.
II grande schermo non fotografa le luci e i colori della società
del benessere: ne racconta, piuttosto, gli spazi grigi, quelli
dove si annidano le nevrosi, le psicosi, la depressione, spesso
la noia. Oppure entra nelle case dei più poveri, gli operai che
vivono negli stenti, quelli che non hanno un lavoro o lo stanno
per perdere.
Ricordiamone alcuni.
In una Ginevra dai colori ghiacciati, si sviluppa la nevrosi di
Mika, Isabelle Huppert, protagonista di Grazie per la cioccolata,
film di Claude Chabrol del 2001. Lei è la moglie di un
famoso e ricco musicista, padre di un ragazzo dal carattere difficile.
La storia avanza con un crescendo di allusioni, mai pienamente
risolte, all'esistenza di un'altra figlia dell'uomo. Mika, intanto,
matura la sua nevrosi - causata dalla noia, dalla gelosia, o da
incipiente follia? - che la induce compulsivamente a provocare
la morte di tutti quelli che la amano. Un dramma psicologico nella
capitale svizzera dei nostri giorni, che potrebbe essere una qualunque,
ricca città europea.
Benessere e immaturità sono il binomio di fondo del film di Gabriele
Muccino, L'ultimo bacio. I protagonisti sono i trentenni
della Roma dei quartieri alti, eterni adolescenti sotto l'ala
protettiva degli agiati genitori. Quando arriva l'età delle scelte
e delle responsabilità - il matrimonio, la paternità, la cura
del padre anziano e malato - vengono assaliti dai dubbi, dal timore
di crescere, di affrontare la vita. Siamo a Roma, ma potremmo
essere a Parigi, Londra o Berlino.
Di diverso tipo sono le ambientazioni che fanno da sfondo a storie
di povertà, disoccupazione, emigrazione. Di solito la connotazione
geografica è precisa e legata a situazioni di crisi economica
locale. Ma chi, in Europa, non vi riconosce le similitudini con
le zone più disagiate del proprio Paese?
E' il caso, fra gli altri, dei film del regista inglese Ken
Loach. In Piovono pietre, del 1993, un padre è alla
ricerca disperata dei soldi per comprare alla figliola il vestito
della comunione. E' come se una lente di ingrandimento focalizzasse
su quest'uomo tutta la miseria del "sottoproletariato", esaltando
l'eroismo di chi è costretto al margine della società, eppure
si batte per sopravvivere e far sorridere i propri figli .
Nell'Inghilterra dell'era Thathcer, il rigore imposto dalla crisi
economica colpiva duramente la classe lavoratrice. Grazie signora
Thatcher di Mark Herman, nel 1996, e Full monty
di Peter Cattaneo, nel 1997 raccontano, con ironia e grande
efficacia, la vita delle piccole comunità operai e minatori del
Nord. Gli uomini non si arrendono e, tra una manifestazione e
l'altra, si organizzano per trovare fonti di guadagno alternative.
Le loro bizzarre iniziative non procurano alcun guadagno, ma regalano
qualche momento di svago ai compagni di sventura, infondendo loro
il coraggio di lottare, quando tutto sembra perduto. I due film,
di gran successo, sono una sorridente metafora del trauma sociale
e psicologico, oltre che economico, causato dall'avvento dell'economia
postindustriale nelle zone d'Europa ancora legate a sistemi di
produzione arretrati.
Nel 1999 i francesi Jean Pierre e Luc Dardenne conquistavano
la Palma d'Oro a Cannes con Rosetta. Una ragazza vive nella
piena emarginazione - senza lavoro, senza speranze - con accanto
una madre alcolizzata e troppo degrado. Combatte contro le avversità,
i pregiudizi, l'ipocrisia e la malignità, incorre in mille errori
provocati dalla sua impulsività e dalla testarda ricerca di riscatto.
Una steadycam insegue incessantemente la protagonista, moltiplicando
la sua disperazione in un crescendo senza ritorno. "E' un film
di guerra", hanno affermato gli autori. Certo è un film che esprime
una forte tensione morale e una convinta denuncia sociale contro
il mondo ricco e distratto che scaraventa nel fango i più sfortunati
o i non allineati.
Arriviamo al 2000, con La ville est tranquille, di Robert
Guédiguian, in una Marsiglia funestata dalla violenza, dalla
droga, dalla prostituzione, dal razzismo. Un'atmosfera di tragedia
attanaglia senza scampo la gente comune, pur tra molti spunti
di umorismo e di lirismo ben dosati dalla direzione del regista
francese.
Uno scaffale a parte nella cineteca spetta per i film che affrontano
il dramma dell'immigrazione. Uno fra tutti, Lamerica di
Enrico Lo Verso (1998) che riversa sullo schermo come le
navi "carretta" sulle coste italiane, le masse di albanesi in
cerca di lavoro, e della dignità perduta nel loro Paese. Per gli
albanesi di Lo Verso, l'Italia è l'America, il miraggio di benessere,
sicurezza, pace. Come la Germania per i curdi o la Francia per
gli algerini e i marocchini. In un'Europa sempre più unita, lanciata
verso la globalizzazione, dove sussistono situazioni di abissale
povertà.
Grandinotizie.it/21 maggio 2001 ore 11:20
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