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L' allargamento ad Est dell'Ue
Non più Quindici
I Paesi membri valutano costi e benefici, ma non si fermano

Nei prossimi anni l'Unione europea muoverà lunghi passi verso Est. Entro la fine del 2002, nove Paesi su tredici candidati ad entrare nell'Ue, dovrebbero concludere i negoziati preparativi, mentre per la metà del 2004 è prevedibile che almeno sei abbiano portato a termine le ratifiche nazionali. Si segnerà, così, un'importante tappa nel lungo avvicinamento iniziato a Copenhagen nel 1993, quando il Consiglio europeo fissò i criteri politici ed economici per l'adesione.

Dieci sono i candidati dell'area europea centro orientale (Peco) - Bulgaria, Repubblica Ceca, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia - oltre a Malta, Cipro e Turchia. Il primo gruppo ammesso dovrebbe essere formato da Estonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Cipro, Polonia, Ungheria. L'ultima nazione promossa sarà probabilmente la Turchia, sulla quale ancora grava la forte crisi economica e il mancato riconoscimento di alcuni diritti umani, politici e delle minoranze.

La costruzione dell'Europa unita è avvenuta per tappe successive di allargamento, dalla Comunità economica dei Sei - Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda - fino alle ultime adesioni all'Ue, nel 1995, di Austria, Finlandia e Svezia. L'estensione a Est è un'ulteriore, grande sfida, già costata all'Unione oltre tre miliardi l'anno. E' un'opportunità di progresso per i Paesi integrati che, quasi tutti appartenenti all'ex-blocco sovietico, cominciano solo ora a liberarsi del fardello di povertà e arretratezza tecnologica accumulato nell'era della guerra fredda. Ma è anche una grande occasione per il futuro dell'Europa, che potrà contare su un'area uniforme di scambi e di attività economiche e godrà di una maggiore influenza sulla scena internazionale.

Il territorio crescerà del 34 per cento rispetto all'area dell'Unione a Quindici; la popolazione conterà 105 milioni di abitanti in più - solo con la prima tornata potrebbe crescere di oltre un quarto, fino a raggiungere quasi 500 milioni di cittadini - e la cultura europea sarà arricchita dal bagaglio di storia, tradizioni e conoscenze dei nuovi Stati. A fronte di così vaste prospettive, il prodotto interno lordo dell'Ue aumenterà al massimo del 5 per cento.

Infatti, nonostante gli sforzi compiuti i per adeguare le strutture amministrative ed economiche agli standard della competizione europea e internazionale, lo sviluppo dei Paesi candidati è ancora insufficiente per contribuire in modo significativo all'avanzamento dell'Unione negli scenari della globalizzazione.

La Commissione europea, negli ultimi anni, ha più volte registrato i consistenti progressi dell'area Peco, di Cipro e di Malta. Il presidente Prodi ha anche di recente rilevato che tutti i Paesi impegnati nei negoziati di adesione sono ormai in linea con i criteri politici richiesti, cioè la garanzia della democrazia, del ruolo della legge, dei diritti umani e del rispetto e protezione delle minoranze. Anche il clima economico si è rasserenato, dopo il dissesto provocato dalla crisi asiatica e russa, dai conflitti balcanici e dal drammatico terremoto in Turchia. Nel settore dell'ambiente e del mercato interno c'è stata una forte accelerazione, mentre la politica sociale e la riforma del sistema giudiziario procedono più lentamente.

In quest'ultima fase del complesso programma di avvicinamento, iniziata con il Consiglio di Helsinki nel dicembre 1999, sembrano riaffiorare le paure dei Paesi membri nei confronti dei "cugini poveri" dell'Europa orientale, ai quali le singole nazioni forse rivolgono meno di fiducia di quanta non ne concedano le istituzioni comunitarie.

La Svezia è preoccupata perché più di cento milioni di cittadini dell'Est acquisteranno il diritto di cercare lavoro in tutti gli altri Stati dell'Unione, e anche la Germania e l'Austria, temendo rigurgiti xenofobi, chiedono di imporre un lungo periodo di transizione prima che questo diritto venga completamente riconosciuto.

Spagna, Portogallo e Grecia temono che l'allargamento comporti il taglio dei fondi di coesione loro assegnati. L'Italia paventa la perdita dei fondi strutturali riservati al Sud, che potrebbero essere dirottati sulle regioni dell'Europa centro-orientale, molto più povere del nostro Meridione.

La Francia teme che l'agricoltura della Polonia metta fuori mercato quella francese, inducendo l'Unione a varare una riforma della politica agricola (Pac) che penalizzerebbe Parigi di molte migliaia di miliardi.

Parigi, Roma e Madrid, infine, guardano con apprensione le mosse della Germania, oggi grande contribuente dell'Unione, che potrebbe pretendere un alleviamento del suo impegno finanziario in seguito all'integrazione dei nuovi Paesi.

Sembrerebbe che tutti vogliano affilare i coltelli contro i nuovi arrivati e, in effetti, in un clima di comprensibile apprensione, ogni nazione sta valutando individualmente i costi e i benefici dell'allargamento. I Quindici premono soprattutto perché si affronti il problema dei fondi strutturali dedicati alle regioni in ritardo di sviluppo, pianificando una ridistribuzione dei finanziamenti in base alle esigenze dei nuovi aderenti, ma senza compromettere le aree che fin qui hanno usufruito del sostegno europeo.

Dunque, l'ampliamento dell'Unione si sta svolgendo con molta cautela, e già in ritardo rispetto al progetto iniziale. Eppure, tutto avviene in un clima denso di aspettative e nella diffusa coscienza che l'incontro con i cugini dell'Est è un appuntamento con la Storia non più prorogabile.

Grandinotizie.it/31 maggio 2001 ore 18.45


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