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Materia delicata
e complessa, la questione fiscale è uno dei maggiori nodi
da sciogliere nella prospettiva di un buon funzionamento dell'economia
sociale di mercato a livello comunitario. La questione lavoro,
le politiche d'impresa, la distribuzione del reddito tra la popolazione
europea, sono solo alcuni degli aspetti influenzati dalla carenza
di una politica fiscale comune, ostacolata dagli interessi
nazionali dei Paesi che tendono a mantenere regimi privilegiati
di fiscalità per attirare investimenti e capitali. Da ultimo,
anche i piani di armonizzazione presentati a Bruxelles dal Commissario
europeo per la concorrenza, Mario Monti, hanno incontrato
diffidenze e resistenze che non è stato possibile superare anche
a causa dell'unanimità richiesta per le decisioni in materia.
Un meccanismo che impedisce di neutralizzare alcuni protezionismi
nazionali ancora da smantellare.
L'importanza della fiscalità è evidente, se solo si pensa allo
sforzo delle imprese che vogliono investire all'estero
e devono tradurre, con calcoli non sempre semplici, le aliquote
in vigore nei Paesi stranieri, per poter valutare vantaggi e perdite
dell'investimento. Inoltre, in mancanza di una base impositiva
comune, le imprese investiranno dove l'aliquota sui capitali e
sui lavoratori è più leggera, generando forti disparità nel mercato
occupazionale degli Stati membri.
L'indice più eclatante delle disfunzioni determinate dal ritardo
nelle politiche di armonizzazione fiscale, è certo quello dei
paradisi fiscali, zone privilegiate di investimento all'interno
dell'Unione o in Paesi terzi, che scatenano di frequente accese
recriminatorie tra i ministri delle finanze europei, senza che
si giunga ad un'effettiva azione per porre fine a queste forme
mascherate di evasione e di frode fiscale.
Mario Monti ha più volte sottolineato che la diffidenza,
la recriminazione e l'assenza di chiarezza, sono le condizioni
in cui nascono i conflitti politici tra gli Stati e prolificano
i germi del conflitto sociale. Fino al rischio che venga meno
il consenso al processo di integrazione, con il ritorno al protezionismo
economico e il rigetto del processo di unificazione europea da
parte dell'opinione pubblica.
Tra i principali Stati artefici - certo anche vittime - della
mancanza di una politica comune delle imposte, c'è la Germania,
che non vorrebbe rinunciare al meccanismo decisionale dell'unanimità,
ma preme al contempo per rafforzare il controllo sulla concorrenza
fiscale nociva.
Il conflitto degli interessi in gioco nello scenario europeo,
è ben rappresentato dalla realtà del Benelux. Il Lussemburgo
è criticato da Belgio e Olanda per il regime troppo favorevole
in materia di tassazione del risparmio dei non residenti. Belgio
e Olanda sono criticati dal Lussemburgo perché offrono regimi
troppo vantaggiosi alle società - in particolare multinazionali
- affinché impiantino i loro centri di coordinamento in quei Paesi.
Come ha sottolineato il Commissario Monti, "se si porta una proposta
di tassazione di società, Belgio e Olanda opporranno il veto,
e se si porta una proposta di tassazione del risparmio il Lussemburgo
porrà il veto, come ha fatto più di una volta in passato."
Grandinotizie.it/14 maggio 2001 ore 20.30
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