|
Nel gennaio 2000,
secondo Eurostat, il tasso di disoccupazione medio dell'Unione
europea era del 9 per cento, in tutto circa 15,5 milioni di
persone, rispetto ai diciotto milioni del 1997. La riduzione del
fenomeno, tuttavia, non allevia la sua gravità, anche perché forte
è la disparità tra le aree più progredite e quelle dove la disoccupazione
strutturale cresce e crea sacche di povertà cronica.
Dal 1997, l'Unione europea ha tracciato percorsi di coordinamento
delle politiche nazionali nei Consigli di Lussemburgo, Cardiff
e Colonia, Lisbona, mentre il Trattato di Amsterdam, ratificato
nel '99, esprimeva chiaramente la volontà politica di promuovere
l'occupazione come una "questione d'interesse comune". L'adozione
di piani nazionali d'azione (Pna), elaborati dagli Stati
membri e poi sottoposti all'esame della Commissione, hanno posto
le basi di una concreta azione di coordinamento, ma c'è ancora
molto bisogno di riforme e iniziative mirate e comuni.
Il Consiglio europeo straordinario di Lisbona, nel marzo
2000, si è chiuso con la conferma della validità del modello
sociale europeo, ma anche con la raccomandazione di intensificare
i programmi comuni per la formazione, la ricerca, la semplificazione
amministrativa, l'integrazione sociale e la mobilità dei cittadini
comunitari nello spazio dell'Unione. Sono capitoli ineludibili,
perché la globalizzazione costringe l'Europa a maturare un proficuo
spirito d'impresa e a sostenere la concorrenza sempre più
agguerrita nel campo delle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione.
Strettamente legata al problema occupazionale è la questione
fiscale, che pesa sul mercato del lavoro con la mancanza di
una politica comune per la tassazione delle imprese, dei capitali
e il costo della manodopera.
Grandinotizie.it/14 maggio 2001 ore 19.40
|