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La solidarietà
non è solo un principio di ordine morale nell'Unione europea,
ma anche e soprattutto una priorità politica. Nel 1992 il trattato
di Maastricht ha, infatti, incluso la "coesione economica e sociale"
fra i tre pilastri della costruzione europea, insieme all'unione
economica e monetaria e al mercato unico.
Oggi la "politica di coesione" è un presupposto essenziale per
la stabilità dell'Unione e per la comune battaglia dei partners
europei contro la disoccupazione. La quota di bilancio che l'Unione,
attraverso i fondi strutturali, assegna agli Stati membri in base
alle loro richieste per lo sviluppo e l'ammodernamento, è indispensabile
per ridurre il divario tra le singole aree.
Alla vigilia dell'allargamento ad Est dell'Unione, lo stesso principio
di solidarietà è, tuttavia, motivo di forte tensione da parte
dei Quindici, tutti in varia misura timorosi che l'ingresso dei
Paesi più poveri provochi il trasferimento, a favore di questi
ultimi, dei finanziamenti che oggi l'Unione assegna alle regioni
più arretrate.
Gli aiuti europei sono assegnati in base ad alcuni "obiettivi",
delineati, da ultimo, in "Agenda 2000", il documento con il quale
il 16 luglio 1997, la Commissione europea ha enunciato le prospettive
economiche dell'Unione nel XXI secolo e stabilito l'ammontare
della cifra attribuita ai fondi strutturali.
Per il 2000-2006, l'Unione dispone di 213 miliardi di euro
destinati a tre obiettivi prioritari (in tutto il 93 per cento
del bilancio) e a quattro "iniziative comunitarie", cioè gli interventi
che la Commissione propone agli Stati membri per risolvere problemi
specifici in tutto il territorio dell'Unione (il 5,35 per cento
del bilancio).
L'obiettivo 1 riguarda le regioni "in ritardo nello sviluppo",
con un prodotto interno lordo (pil) pari al 75 per cento della
media del pil europeo. Ad esse, sono destinati 135,9 miliardi
di euro. La contribuzione dell'Ue, per i programmi regionali che
rientrano in questo obiettivo, copre i due terzi della spesa,
il resto è a carico dello Stato nazionale. In Italia, dopo la
recente esclusione dell'Abruzzo, ne beneficiano solo sei regioni:
Sardegna, Campania, Puglia, Calabria e Basilicata. Le sei amministrazioni
regionali temono di perdere queste sovvenzioni con l'ingresso
dei Paesi dell'Europa centro orientale (Peco) nell'Ue. Ma molti
autorevoli economisti hanno già assicurato che i criteri di classificazione
delle aree in ritardo di sviluppo saranno ripensati in modo da
non danneggiare chi oggi può contare sul sostegno comunitario.
E, soprattutto, che l'integrazione di nuovi Paesi creerà nuove
opportunità di sviluppo e nuovi mercati di consumatori da conquistare.
L'obiettivo 2 è riservato alle zone di "declino industriale"
e alla loro riconversione economica e sociale, cui sono destinati
22,5 miliardi di euro. I contributi dell'Ue coprono il 50 per
cento della spesa, il resto è a carico dello Stato. In questa
categoria si trovano riunite le zone in via di trasformazione
nei settori dell'industria e dei servizi, le zone marittime in
crisi, quelle dove l'economia rurale è in declino e provoca spopolamento.
Sono tutte situazioni che gravano sul problema occupazionale,
che in qualche regione dell'Ue, colpisce il 30 per cento della
popolazione giovanile, in alcuni quartieri metropolitani fino
al 50 per cento.
L'obiettivo 3 è riservato alle politiche per il lavoro,
la formazione, l'innovazione, l'aggiornamento dei sistemi di istruzione,
formazione e collocamento, sulla base di un modello comune europeo.
Il finanziamento comunitario è di 24,05 miliardi di euro e copre
il 50 per cento della spesa per l'attuazione dei relativi programmi;
l'altra metà è a carico dello Stato.
Oltre ai tre principali, altri obiettivi complementari sono finalizzati
a soccorrere situazioni di difficoltà e di arretratezza interne
all'Unione europea.
L' obiettivo 5b copre le "zone in declino rurale", con
un basso livello di sviluppo socio-economico valutato in base
al pil per abitante. Sono aree che rispondono a tre criteri principali:
tasso elevato di occupazione agricola; basso livello del reddito
agricolo, bassa densità di popolazione e considerevole tendenza
allo spopolamento.
L'obiettivo 6 interviene a sostenere le zone a scarsissima
densità di popolazione, in generale con otto, o meno, abitanti
per chilometro quadrato. Queste aree ricevono lo stesso trattamento
di quelle inserite nell'obiettivo 1.
Per il periodo 2000-2006 sono previste quattro iniziative comunitarie,
per un ammontare di 10,44 miliardi di euro. Riguardano la cooperazione
transfrontaliera, transnazionale e interregionale (Interreg
III), il recupero delle zone urbane in crisi (Urban),
lo sviluppo rurale (Leader +), la lotta contro la discriminazione
e le disuguaglianze nell'accesso al lavoro (Equal). Inoltre,
tutte le zone costiere non interessate dall'obiettivo 1 beneficiano
di contributi dello Strumento finanziario di orientamento per
la pesca (Sfop), che cofinanzia programmi nazionali per l'adeguamento
delle strutture della pesca.
Gli Stati dell'Europa centro orientale che aderiranno prossimamente
all'Unione, dovrebbero beneficiare del sostegno dei fondi strutturali
e del fondo di coesione. Le giovani democrazie dell'Est hanno,
infatti, bisogno di cospicui aiuti nei settori delle infrastrutture,
dell'ambiente, dell'apparato produttivo e delle risorse umane.
L'aiuto annuale dovrebbe aumentare progressivamente, pur restando
nel limite generale del 4 per cento del pil nazionale, valido
per tutte le operazioni del fondo strutturale e del fondo di coesione.
Tutti gli Stati godranno inizialmente del sostegno comunitario
di preadesione, in seguito, dopo la prima ondata di adesione,
i fondi disponibili verranno concentrati soprattutto verso i restanti
Paesi.
Solo in rari e specifici casi la Commissione europea finanzia
i singoli cittadini per la realizzazione progetti imprenditoriali
o produttivi. Infatti, la maggior parte dei finanziamenti concessi
dall'Ue non viene versata direttamente dalla Commissione europea,
ma tramite le autorità nazionali e regionali degli Stati membri.
Così avviene per la politica agricola comune e per quasi tutte
le sovvenzioni assegnate nel quadro degli obiettivi principali.
Gli strumenti di finanziamento sono il Fondo europeo di sviluppo
regionale (Fesr), il Fondo sociale europeo (Fse),
il Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (Feoga),
lo Strumento finanziario di orientamento della pesca (Sfop).
Alcune sovvenzioni per l'attuazione di politiche comuni nei settori
della ricerca e dello sviluppo, dell'istruzione, della formazione,
dell'ambiente, della tutela dei consumatori e dell'informazione,
sono concesse direttamente a organizzazioni pubbliche e private,
come università, imprese, gruppi di interesse.
Il bilanciamento tra i contributi che ogni Stato versa nelle casse
di Bruxelles e i soldi che tornano sotto forma di fondi strutturali
o di aiuti all'agricoltura, determina la condizione di "contribuente
netto" o "creditore" di ogni partner europeo. L' Italia solo
di recente è entrata a far parte dei contribuenti netti: partecipa
per l'11 per cento del bilancio totale - in tutto circa duemila
miliardi - e riceve aiuti per il 10 per cento. I Paesi creditori
sono la Spagna, la Grecia, il Portogallo, l'Irlanda. La Germania,
che riceve contributi per tutti i Laender dell'ex-Repubblica orientale,
rimane, tuttavia, contribuente netto, insieme all'Inghilterra.
Attualmente, il nostro Paese riceve dall'Ue 56.500 miliardi
di lire. E' la cifra che si ottiene sommando gli stanziamenti
ottenuti in base ai tre principali obiettivi: 44 mila miliardi
per l'obiettivo 1, cinque mila miliardi per l'obiettivo 2, e 7500
miliardi per l'obiettivo 3. Si tratta di una parte del bilancio
dell'Unione, ottenuto con il pagamento da parte dei Quindici di
quattro "voci": l'Iva, i diritti doganali, le imposte sullo zucchero
e la cosiddetta "quarta risorsa" - la parte più cospicua - che
viene dal versamento diretto alle casse europee, proporzionale
al pil nazionale.
Gli esperti della Commissione hanno formulato diverse ipotesi
per arginare gli squilibri nell'erogazione dei fondi strutturali,
che potrebbero derivare dall'ingresso dei Paesi dell'Europa centro
orientale nell'Ue. Il Commissario per le politiche regionali,
Michel Barnier, ha proposto di fissare una soglia di pil
più alta del 75 per cento per le regioni che rientrano nell'obiettivo
1; oppure di individuare le tre zone più in difficoltà nell'area
dei Quindici e prevedere per le altre un periodo di phasing out,
cioè uscita graduale dal finanziamento. Ma la Spagna ha già avanzato
una controproposta: il phasing in, cioè un periodo di transizione
per le regioni sottosviluppate dei Paesi che entrano nell'Unione,
alle quali dovrebbe essere devoluta una percentuale più bassa
di fondi per almeno sette anni.
Grandinotizie.it/8 giugno 2001 ore 14.20
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