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Cinema
e cibo, magari in una chiave poco salutista. L'accostamento tuttavia
è stato utilizzato spesso dal cinema come mezzo per svelare la
vita.
Un film che utilizza il cibo in senso metaforico è La grande
abbuffata di Marco Ferreri. La pellicola del 1973 con
Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli e Philippe
Noiret narra la fuga di un gruppo di amici, in una villa poco
fuori Parigi. Qui trascorrono un infinito week-end gastronomico
per l'estremo piacere dei sensi, fino alla morte. L'opera esprime
la teoria secondo cui è possibile morire anche godendo: un modo
per compiacersene è proprio mangiando. Dello stesso regista e
sullo stesso argomento il film La carne del 1991, con Sergio
Castellitto e Francesca Dellera. A differenza del precedente,
in questa pellicola Ferreri utilizza il cibo come metafora del
sesso e del piacere che può derivare dal possesso materiale dell'amata.
Il protagonista infatti finisce con il congelare e mangiare a
fettine la sua amante.
Anche la preparazione di un pranzo può diventare un'allegoria
della vita. Succede nel film Il pranzo di Babette del 1987,
regia di Gabriel Axel tratto da una novella di Karen
Blixen, vincitore nello stesso anno dell'Oscar per il miglior
film straniero. Degli austeri luterani possono trasformarsi in
autentici buongustai solo grazie alla bravura della cuoca. Il
cibo può divenire simbolo di trasformazione e cambiamento. Trasformazione
visibile in Come l'acqua per il cioccolato di Alfonso
Arau, del 1992 con Marco Leonardi e Lumi Cavazos
tratto dal romanzo di Laura Esquivel. La sceneggiatura
è curata dalla stessa autrice. Il tema principale è la stretta
relazione tra passione d'amore e arte culinaria. Ma al contrario
del film di Ferreri, qui le potenzialità erotiche vengono rese
con maggiore leggerezza.
Mangiare significa anche sedersi a tavola e lasciarsi andare.
Ci sono vari film basati su questo spunto culinario. Ad esempio
La cena di Ettore Scola del 1998. Nel ristorante
romano di Fanny Ardant si susseguono avventori, quali Vittorio
Gasmann, Stefania Sandrelli, Giancarlo Giannini
e Francesca D'Aloja che mangiando esprimono tutte le loro
debolezze e particolarità caratteriali. Oppure nel film La
cena dei cretini, sempre del '98, del regista francese Francis
Veber. In questo caso il rito goliardico di riunire a tavola
un gruppo di "cretini", si trasforma in uno modo per conoscere
se stessi e chi si ha di fronte.
La scena simbolo dell'unione tra mangiare e cinema è quella del
film Miseria e nobiltà di Mario Mattòli del 1954
con Totò, Enzo Turco e Valeria Moriconi.
Totò e famiglia, a digiuno per povertà, si ritrovano davanti ad
una tavola riccamente imbandita. Dopo un momento di indecisione
ed esitazione, per la fame atavica si "lanciano" sugli spaghetti,
fino a nasconderli nelle tasche pur di portarne via il più possibile.
Grandinotizie.it/2 settembre 2001
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