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Bio o bufala?
Quando di biologico c'è solo il nome sull'etichetta

Il decreto ministeriale che riguarda gli allevamenti biologici, e che va a integrare il decreto di agosto del 2000, è stato firmato nella primavera del 2001. Abbiamo incontrato Alessandro di Marco, coordinatore di un progetto del Lazio di assistenza zootecnica, che ha illustrato pregi e difetti di questo nuovo provvedimento.

Come nasce l'esigenza di un nuovo decreto ministeriale?
"Bisognerebbe capire la storia del biologico. Esiste da tempo un regolamento che disciplina la materia a livello europeo, che è il numero 1804 della Comunità europea. Il provvedimento dava agli Stati membri un anno di tempo per adeguare alla nuove normative alcune specificità nazionali. Ogni stato membro aveva la possibilità di apportare modifiche ma queste potevano essere soltanto più restrittive. In altre parole, la Comunità europea ha stabilito delle regole e gli stati membri hanno potuto adeguarsi o proporre misure più severe".

Come era la situazione prima del regolamento comunitario?
"C'era molta confusione. Solo in alcune zone d'Italia c'erano delle leggi regionali, come in Toscana, Lazio, Abruzzo e pochi altri. Le altre regioni applicavano regole diverse. Può immaginare che confusione: tra regioni diverse e organismi diversi ogni azienda operava a modo suo".

L'Italia cosa ha fatto?
"Il ministero delle Politiche agricole è stato abbastanza tempestivo. Tramite Commissioni tecniche costituite da esperti, l'Italia si è adeguata alle regolamentazioni europee nei tempi previsti da Bruxelles. Ma le pressioni delle lobby - che purtroppo esistono anche nel mondo del biologico - non volevano un regolamento più rigido e hanno ostacolato i lavori della commissione arrivando a farla "saltare" e a far dimettere il presidente. Quindi il primo decreto (firmato ad agosto del 2000) è risultato alla fine molto lontano da quelle che erano le indicazioni del gruppo tecnico. Per questo è nata l'esigenza di un nuovo decreto".

Cosa prevede?
"Il nuovo decreto - che è stato firmato a marzo e non è stato ancora pubblicato sulla gazzetta ufficiale - rivede alcuni punti di quello precedente che avevano sollevato critiche. Certo bisogna dire che anche il nuovo decreto è contraddittorio. Esso infatti da una parte indica il pascolo come requisito necessario per il biologico, dall'altra prevede deroghe sulla sua fruizione fino a dicembre del 2010. Allora il pascolo è obbligatorio, si o no? Non si capisce. Alla fine l'organismo di certificazione interpreta la legge a modo suo. L'altro elemento critico è che questo regolamento permette di costituire aziende biologiche senza terra, come in un'industria".

Ma come può un allevamento biologico essere tale senza terra?
"Nella premessa il decreto dice che la produzione senza terra non è compatibile con le norme del presente regolamento. Poi vai a vedere i dettagli… Faccio un esempio: supponiamo di avere un'azienda con tanti animali e con una superficie di copertura ideale per un allevamento biologico ma che non ha la terra. L'azienda si può mettere in contatto con un'altra azienda biologica che ha la terra. Si può fare uno scambio (la prima dà il letame e la seconda gli alimenti). Senza fare una gestione comune le due aziende mettono insieme la terra firmando solo un pezzo di carta in cui dichiarano lo scambio. In questo modo si costituisce un'azienda biologica. Così molte aziende italiane, tipicamente industriali, si sono salvate. E' bastato aggiungere del mangime naturale e la certificazione è arrivata. Questa peraltro è una cosa che massacra completamente le piccole aziende contadine".

E dunque questo vuol dire che il consumatore potrebbe acquistare carne che dice di essere biologica, ma che in realtà non lo è?
"Esatto. Un consumatore potrebbe acquistare una fettina proveniente da pascoli biologici oppure da un'azienda industriale, magari senza terra, che di biologico ha solo il nome. L'etichetta rimane comunque identica…".



Grandinotizie.it/3 settembre 2001


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