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Il boom biologico
L'allevamento naturale degli animali garanzia di qualità

La sindrome da Mucca pazza ha portato alla ribalta un altro tipo di allevamento del bestiame: il biologico. Lontani da mangimi a rischio e da quelle pratiche cannibalistiche che hanno generato la nascita della Bse in Europa, negli allevamenti biologici gli animali - come c'insegnavano da piccoli - pascolano e si nutrono d'erba e mangimi naturali.

Il valore di questo mercato in Italia è stimato intorno ai 2 miliardi di lire, con un trend di crescita negli ultimi quattro anni mai sceso sotto il 20 per cento. Il settore biologico sta vivendo un vero e proprio periodo di boom e i numeri confermano questo andamento: negli ultimi anni le aziende italiane inserite nel sistema di controllo biologico sono aumentate di oltre il 120 per cento. Attualmente sono circa cinquantamila e sono concentrate soprattutto in Sardegna, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Lazio. Da un'inchiesta risulta che su 100 consumatori italiani, 70 sono a conoscenza del prodotto biologico e 40 lo acquistano: di questi 4 italiani su 100 comprano prodotti biologici almeno una volta alla settimana. Sempre stando all'inchiesta, nella maggior parte dei casi si tratta di compratori giovani - tra i 30 e i 45 anni - residenti nell'Italia settentrionale, in città di medie o grandi dimensioni con cultura e reddito medi o medi alti.

Per quanto riguarda invece i punti vendita, tra macellai e supermercati, si calcola che sul territorio nazionale ve ne siano appena un centinaio, quasi tutti nel centro nord. Tra i grandi supermercati specializzati Naturasì detiene il primato con 20 macellerie con carni biologiche sia italiane che straniere. Presente anche la catena market Esselunga che è specializzata nella vendita di prodotti biologici.

Ma cosa vuol dire allevamento biologico? E quali requisiti sono necessari per essere definiti tali e ottenere la necessaria certificazione? In un allevamento biologico, gli animali sono nutriti esclusivamente con prodotti naturali adatti alle loro esigenze; le stalle sono spaziose e comunicano con il pascolo rendendo l'animale autonomo nel muoversi. I capi allevati, inoltre, non possono essere più di quanti l'azienda è in grado di alimentare. Il settore è disciplinato da un regolamento comunitario che fissa le stesse norme per tutti i paesi dell'Europa Unita: obbligo di utilizzare esclusivamente mangimi vegetali almeno al 90 per cento di provenienza biologica (esclusi il mais e la soia geneticamente modificati); obbligo di tenere le bestie al pascolo rispettandone i ritmi di crescita; obbligo di curare gli animali esclusivamente con l'uso di medicine omeopatiche. Nell'allevamento biologico la scelta delle razze tiene conto della capacità di adattamento dei capi di bestiame. Per ogni specie è garantito uno spazio minimo vitale. In un allevamento convenzionale infatti 20 galline hanno a disposizione meno di un metro quadrato, mentre in un allevamento biologico hanno a disposizione 100 metri quadrati e per ogni vitellone deve essere garantito uno spazio minimo di mezzo ettaro.

Purtroppo, nonostante le severe regolamentazioni comunitarie, nel settore vige ancora poca chiarezza sull'effettiva applicazione delle regole. Sotto la categoria "biologico" vengono infatti raggruppate una serie di tecniche di allevamento che possono variare nei parametri di base. Secondo il regolamento in vigore fino a poco tempo fa infatti gli animali potevano essere alimentati al 20 per cento con mangime non necessariamente bio. Inoltre sebbene l'uso di terapie omeopatiche sia preferito, la regolamentazione prevedeva in alcuni casi anche l'uso di farmaci. Manca peraltro un elenco chiaro dei farmaci ammessi.

Per questo motivo è stato firmato recentemente un nuovo decreto ministeriale che modifica alcuni punti relativi alla legge precedentemente in vigore. Il nuovo decreto fissa delle regole più rigide e severe dettando le condizioni per gli allevamenti biologici doc: adeguata fruizione dei pascoli, regole più rigide sull'alimentazione e sulla somministrazione di farmaci.

Per quanto riguarda i controlli, questi sono affidati agli organismi di certificazione privati accreditati dagli enti pubblici. Attualmente in Italia operano nove organismi riconosciuti dal ministero delle Politiche agricole. Ciascun istituto ha, al di sopra degli ispettori che effettuano i controlli - con preavviso o senza - una commissione formata da rappresentanti dei produttori, dei consumatori e del mondo tecnico scientifico che garantisce l'indipendenza delle scelte. Una volta passato l'esame, la commissione deve ricertificare l'azienda ogni cinque anni o in seguito ad un cambiamento (l'acquisto o l'annessione di un nuovo terreno).

Grandinotizie.it/1 settembre 2001


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