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A quattro anni il padre lo vende come schiavo ad un fabbricante di tappeti, in cambio di 12 dollari. Lavora per più di dodici ore al giorno, picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio. E’ costretto per più di sei anni a lavorare al telaio per una rupia al giorno, circa 55 lire.
Nel 1992 Iqbal, con altri bambini esce di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla giornata della libertà, organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (Bllf). Decide di raccontare la sua storia durante la conferenza. Il suo discorso fa scalpore e viene pubblicato il giorno dopo dai giornali locali. Con l’aiuto di un avvocato del Bllf scrive una lettera di dimissioni da presentare al suo ex padrone.
Conosce Eshan Ullah Khan, leader del Bllf. Tramite lui comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo: diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini lavoratori. Partecipa a numerosi convegni sullo sfruttamento minorile. Nel 1994, a 11 anni, vola a Stoccolma e racconta la sua storia in una conferenza mondiale sull’infanzia. A Boston riceve un premio dalla Reebook e una borsa di studio da una Università americana.
Il 16 aprile 1994, domenica di Pasqua, gli sparano a bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale Muridke, con i cugini Liaqat e Faryad. Aveva solo 12 anni. Secondo Ullah Khan è stata la mafia dei tappeti.
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