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Una rassegna delle opere letterarie che raccontano storie di infanzie violate, umiliate, negate, potrebbe forse iniziare dall'antichità, dalle pagine del Satyricon di Petronio, con gli accoppiamenti tra adulti e fanciulli, di solito tra padroni e schiavi, che, ammessi dalla cultura classica, sarebbero oggi fortemente condannati.

Ma sarebbe troppo lungo. E allora partiamo dall'Europa del Diciannovesimo secolo, dove i commerci in piena espansione alimentavano anche il turpe traffico di fanciulli. I bimbi venivano venduti alle aste dei ricchi e portati a lavorare nelle case come domestici, di fatto come schiavi. Tra i loro compiti c'era anche quello di assicurare, in ogni modo, il divertimento dei signori. La mostruosa consuetudine di deformare fisicamente i bambini per suscitare l'ilarità dei potenti è raccontata da Victor Hugo nell'Uomo che ride: un bambino, pur nella disgrazia, è costretto incessantemente a ridere perché la sua bocca è stata deformata nella smorfia fissa del riso. E' lo "sfruttamento degli infelici da parte dei felici", scrisse Hugo.

Con l'avvento della rivoluzione industriale, il contrasto tra povertà e ricchezza si fa drammatico. Le città richiamano dalle campagne enormi masse di lavoratori che si affollano nelle case fatiscenti delle periferie. Anche le donne e i bambini lavorano fino a sedici ore al giorno. Nelle pagine immortali di molti romanzieri dell'Ottocento, c'è tutto il dramma di questa povera umanità maltrattata e offesa. E i bambini, protagonisti o no delle vicende narrate, sono le maggiori vittime dell'ingiustizia sociale e dell'egoismo dei ricchi.

Emile Zola nel 1877 scrive l'Assomoir. Decine di personaggi si agitano nei violenti bassifondi di Parigi, affogando nell'alcol la fame e la rabbia. Spettatrice innocente di tanto degrado, Eulalia è una la bimba di quattro anni "che stava a guardare suo padre ammazzare la mamma…Eulalia era in piedi con il capo chiuso in una cuffietta indiana, tutta pallida, con l'aria seria. Aveva un lungo sguardo nero, di una fissità piena di pensieri, senza una lacrima".

Trent'anni prima dell'uscita in Francia de l'Assomoir, Charles Dickens, ancora oggi il più amato fra i romanzieri inglesi, forse il più grande, scriveva Il circolo Pickwick, La bottega dell'antiquario, David Copperfield, I racconti di Natale, Oliver Twist. Sono tutti grandi affreschi della società vittoriana, dove forte e commossa si avverte l'identificazione dell'autore con gli esclusi, i paria, e in particolare i bambini sfruttati che subivano angherie, maltrattamenti, violenze. In Oliver Twist, il piccolo protagonista e i suoi compagni sono nutriti solo con una scodella di brodo al giorno, distribuita dall'istituto cui sono stati affidati. La fame scatena istinti animaleschi e uno di loro giura che, durante la notte, mangerà un compagno, se non gli verrà data un'altra razione. Gli amici ci credono, perché ognuno sente crescere anche dentro di sé il germe di una cieca violenza.

L'impotenza degli adulti di fronte alla miseria senza scampo, le loro reazioni violente e il coinvolgimento dei più piccoli, travolti senza colpa nel dramma. Si trova tutto questo anche nella Sicilia povera e selvaggia di Giovanni Verga. Rosso Malpelo, il ragazzino che dà il nome ad una delle celebri Novelle, lavora in una cava di rena: "Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a dormire sui sassi, colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro".

Più vicino ai nostri giorni è l'infanzia di Frank Mc Court, l'autore irlandese ai vertici delle classifiche dei libri più venduti nel corso degli ultimi tre anni. Ne Le ceneri di Angela, il primo dei suoi due libri autobiografici, siamo in Irlanda, negli anni fra le due guerre. La famiglia di Frankie è poverissima, il padre è perennemente ubriaco, la madre resiste a stento, ma caparbiamente, ai colpi della sventura. In una sequenza straziante, tre fratellini muoiono di fame e Frankie è costretto a calarsi nelle miniere per portare a casa un po' di danaro. I suoi occhi, tempestati dalla polvere di carbone, si ammalano quasi irrimediabilmente, la sua schiena si curva sotto i carichi, nel suo animo cresce il desiderio di riscatto e di fuga. In Che Paese l'America, il secondo volume autobiografico, Frankie è finalmente emigrato Oltreoceano e, tra mille difficoltà, cerca di gettarsi alle spalle la sua infanzia sofferta, sfruttata, negata.

Nella letteratura italiana contemporanea non mancano le storie di bambini umiliati, vittime della guerra, della povertà, dell'ipocrisia della società borghese e perbenista, della distrazione e dell'indifferenza degli adulti.

Elsa Morante all'inizio de La Storia (1975) riporta un verso del Vangelo di Luca: "Hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli…perché così a te piacque". Mentre infuria la guerra e nel mondo tutto è devastazione, corruzione, morte, i bambini sono gli unici portatori di verità, purezza e sincerità. Useppe, il fanciullo di cui seguiamo le vicende dal 1941 al 1947, è uno dei "F. P., i felici pochi" dell'umanità, contrapposti agli "I.M., gli infelici molti", che sono accecati da falsi valori e consumano la vita in lotte di sopraffazione e di potere.

Ingenui, puri e poverissimi, sono anche i bambini di Il ragazzo morto e le comete (1950) di Goffredo Parise. In un'atmosfera onirica e surreale che ricorda i quadri di Chagall, i bambini di Parise sono sempre alla ricerca di una forma di sopravvivenza, ma trovano un po' di sollievo solo rifugiandosi nella fantasia, nella capacità, tutta infantile, di sognare ad occhi aperti.

Non sanno più sognare, invece, i ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, sopraffatti come sono dalla miseria e dall'ignoranza. Con la sua prosa, Ragazzi di vita (1995), Una vita violenta (1959), e con i film - Accattone (1961), Mamma Roma (1962), La ricotta (1963), per citarne solo alcuni - Pasolini dà forza letteraria e dignità umana alle borgate romane. Nei rioni della capitale sventrati dalla guerra e devastati dall'incuria, anche i ragazzini, abbandonati a loro stessi, sono coinvolti in una lotta per la sopravvivenza violenta e brutale.

Soffrono atrocemente, in un contesto ormai lontano dal disastro bellico, anche i piccoli di Per voce sola, il libro di esordio di Susanna Tamaro, nel 1991. Sono quattro lunghi racconti, uno dei quali dà il titolo alla raccolta, pervasi da un'atmosfera di crudeltà e di dolore. Le vittime sono bambini e adolescenti maltrattati, offesi negli affetti, sottoposti a violenze psicologiche e sessuali, costretti da padroni violenti a chiedere l'elemosina. Come Vesna, la piccola zingara nata in una tribù nel sud della Jugoslavia. Ha altri dieci fratellini, e il padre e la madre, "prima dell'inverno l'avevano ceduta ad un commerciante in cambio di due copertoni per la neve".

Infine, Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci. Martina, Matteo, Luca e Mirko - il più grande ha quindici anni - si esercitano in giochi proibiti sempre più estremi, entrando in una spirale di orrore senza fine. Agiscono sempre lontano dallo sguardo dei "grandi", perché i grandi non ci sono. Forse hanno troppo da fare e li lasciano soli, alle prese con la loro curiosità, le loro paure, le loro angosce sublimate nella trasgressione.

Grandinotizie.it/ 4 gennaio 2002

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