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Sudamerica. L'altra faccia del progresso
Uno su cinque…
Dalle campagne alle città sfruttati 15 milioni di bambini

Il cinque per cento della popolazione attiva in America Latina è composto di bambini tra i sei e i quindici anni. Lavora un minore su cinque, in tutto circa 15 milioni.

Sopportano le temperature infernali delle fornaci per cuocere i mattoni, estraggono le pietre dalle cave e le spaccano con una forza che appartiene a braccia adulte. Raccolgono le immondizie nelle discariche per rivendere lattine, barattoli e cartoni. Talvolta, tra quei rifiuti, trovano qualcosa da mangiare.

Quasi il 60 per cento dei piccoli dell'America centro meridionale sono impiegati nel settore agricolo, uno dei più dannosi per lo sviluppo fisico, perché la schiena rimane piegata per ore, i diserbanti chimici intossicano i polmoni, gli strumenti di lavoro sono affilati e pericolosi, gli insetti causano infezioni e malattie. Eppure, soprattutto le bambine vengono mandate nei campi già a cinque anni.

Le statistiche dell'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) indicano che l'età dei baby-lavoratori tende a diminuire, mentre il fenomeno si espande dalle campagne alle città. Nelle aree urbane, l'innovazione delle strutture e l'aggiornamento della manodopera non sono andati al passo con la repentina modernizzazione dei sistemi di produzione e dei servizi. L'iniziativa privata, spesso selvaggia, ha sostituito l'intervento dello Stato nel mercato del lavoro, la disoccupazione è aumentata e il contributo del lavoro infantile è diventato indispensabile per molte famiglie.

In città, i bambini lavorano nelle micro imprese o nei settori marginali e spesso irregolari del commercio, come i mercati e le bancarelle per le strade. Centinaia di migliaia di fanciulle, circa il 10 per cento della forza lavoro infantile, fanno le domestiche nelle case dei ricchi e di solito vengono maltrattate, insultate, umiliate con abusi e violenze sessuali.

Dove la miseria è più profonda, nelle periferie e nei sobborghi delle infernali metropoli cresciute a dismisura, migliaia di piccoli vengono scaraventati sulle strade per soddisfare il mercato della prostituzione, finiscono nei cataloghi delle associazioni di pedofili, vengono "arruolati" dai trafficanti di droga.

Sono scenari di una tragedia che il mondo conosce soprattutto attraverso le immagini dei bambini di strada di San Paolo del Brasile o degli spaccapietre e dei minatori del Perù. Ma anche in Colombia, in Bolivia, in Nicaragua e in molti altri Stati dell'America Latina, lo sviluppo improvviso e disordinato degli ultimi decenni ha generato le sacche di povertà e di ignoranza che sono alla base dello sfruttamento e della schiavitù infantile.

Molti bambini lavoratori continuano ad andare a scuola e usano lo stipendio per pagare gli studi. E' difficile conciliare le attività lavorative, di solito molto faticose, con la concentrazione e l'apprendimento. Eppure, tra assenze, ritardi e fallimenti, una percentuale di bambini che oscilla negli anni tra il 28 e il 65 per cento, divide le giornate, e le ore sottratte al sonno, tra il lavoro e lo studio.

In questi Paesi il numero di scuole è insufficiente, la qualità dell'insegnamento è povera e mediocre, ma l'istruzione rimane l'unica arma di riscatto per i minori e gli adolescenti. Per questo le Organizzazioni internazionali e le associazioni umanitarie, da anni incitano i governi a riformare il sistema educativo, ad imporre l'obbligo scolastico e a rendere la scuola sempre più presente nella vita e negli interessi dei bambini.

Valentina Venturi

Grandinotizie.it/9 aprile 2001


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