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Un continente segnato dalle violenze,
dai soprusi e dalle ingiustizie. Il destino di schiavitù che nei secoli scorsi
ha colpito l'Africa non si è esaurito nemmeno nel Terzo millennio. Nell'Ottocento,
uomini e donne prelevati soprattutto dalla zona subsahariana, la cosiddetta "Costa
degli schiavi", venivano deportati in Europa e in America Latina. Stipati nelle
navi dei negrieri, i carichi umani attraversavano l'Oceano in viaggi lunghissimi
e disumani. Venivano chiamati, in codice, "legno d'ebano", "carbone nella stiva";
la sigla delle donne era "noci di cola". Erano destinati alle piantagioni di caffè
e di cacao in Brasile, oppure venduti in Europa per lavorare nelle case dei ricchi.
Nell'Africa di oggi il mercato degli schiavi è ancora fiorente, ma la merce è
cambiata perché le vittime sono soprattutto i bambini. Il traffico di minorenni
è gestito da racket organizzati in modo capillare sul territorio. I piccoli schiavi
vengono trasportati nelle piantagioni della Costa D'Avorio, del Gabon e del Brasile.
Oppure sbarcano in Europa, dove sono costretti alla prostituzione, sono preda
dei pedofili, vengono sottoposti alle angherie e alle molestie sessuali dei padroni
che li comprano come domestici.
La tratta coinvolge più di 200 mila bambini all'anno tra i cinque e i quindici
anni. Vengono prelevati soprattutto dal Benin, dal Togo, dal Ghana, dalla Nigeria,
dal Camerun, dal Burkina Faso. Gli "adulatori", come vengono chiamati gli uomini
ben vestiti che convincono le famiglie a cedere i loro figli, li comprano a circa
14 dollari l'uno e li rivendono ad un prezzo almeno dieci volte superiore. Ai
genitori promettono una parte del denaro guadagnato dal figlio. Ma il bambino,
di solito, non riceverà alcun denaro in cambio della fatica e degli abusi subiti.
Non c'è scampo per i piccoli schiavi delle piantagioni, costretti con le percosse
a lavorare anche diciotto ore al giorno. I loro corpi, coperti di cicatrici scavate
fino alle ossa, sono devastati dai morsi degli insetti che nidificano nelle sterpaglie
dei campi. Sono vestiti con cenci sporchi e le scarpe, quando ne posseggono un
paio, sono brandelli di cuoio o di stoffa. La sera si nutrono con un unico piatto
a base di chicchi di mais. Dormono su stuoie sporche, negli accampamenti dove
le latrine sono buchi scavati nel terreno. I padroni sprangano dall'esterno le
porte delle loro "prigioni" e le riaprono al levare del sole, per farli uscire.
Le Organizzazioni internazionali e le associazioni umanitarie, negli ultimi anni,
hanno raccolto testimonianze e condotto indagini nell'Africa occidentale e subsahariana,
segnalando il dramma di alcuni Stati dove la schiavitù infantile sembra ormai
inestirpabile e continua ad essere praticata apertamente. Nonostante il Mali e
la Costa d'Avorio abbiano aderito alla lotta contro le forme di schiavismo e abbiano
firmato un accordo che proibisce il commercio dei bambini.
Ecco i Paesi dove il fenomeno è più drammatico.
Il Benin, ex colonia francese a ridosso del Togo e della Nigeria, è uno
dei principali serbatoi per il traffico dei minori. Ha sei milioni di abitanti,
tre milioni sono minorenni e almeno 400 mila lavorano. Qui, una legge del 1971
prevede pene severe per chi tratta e sfrutta il lavoro infantile, ma finora non
ci sono mai state condanne o reclusioni per tali reati.
In questa regione la poligamia è la regola e ogni uomo ha almeno cinque figli.
La vecchia tradizione locale vuole che i bambini dei villaggi rurali vengano consegnati
ai parenti emigrati in città, che se ne prendono cura e li mandano a scuola. In
passato, grazie a questa consuetudine, il Benin era diventato la riserva dei funzionari
statali anche per le altre colonie francesi, il Gabon e la Costa D'Avorio.
Oggi la stessa vecchia tradizione è diventata l'arma della speculazione sulla
manodopera infantile. Nello Zou, la parte più povera e popolata del Paese, i genitori
cedono i bambini ai parenti, sempre più di frequente anche agli estranei, e di
solito ne perdono le tracce.
In Camerun il traffico dei minori coinvolge il 12,6 per cento di una popolazione
attiva di più di 4 milioni di persone, e l'87,5 per cento della monodopera infantile
composta di circa 610 mila bambini. Uno studio del marzo 2000, condotto dall'Ilo
(Organizzazione internazionale del lavoro) per l'Africa centrale, ha fotografato
il loro dramma.
Vengono prelevati nelle due principali città, Douala e Youndé, nelle province
occidentali e dell'estremo nord. Non sempre i genitori sono disposti a cedere
alle lusinghe dei mediatori che assicurano uno stipendio ai piccoli e un compenso
mensile da inviare alla famiglia, e allora ogni mese da 4 a 10 bambini vengono
rapiti.
Gli "adulatori" sono pagati in media 100 mila franchi (circa 300.000 lire) per
ogni bimbo che viene portato in un altro Paese africano, e fino a un milione di
franchi per quelli che vengono condotti all'estero.
I minori comprati vengono venduti nelle case come domestici (33,1 per cento);
fanno gli operai (19,89 per cento); i manovali (3,6 per cento); i baristi (7 per
cento); i guardiani notturni (3,6 per cento); le prostitute (3,6 per cento).
Molti, un numero indefinito, vengono trasferiti in altri continenti, dove sono
vittime delle bande dei pedofili e dei trafficanti di droga.
Nei campi di caffè e di cacao della Costa d'Avorio lavorano diecimila,
forse quindicimila bambini che i moderni negrieri hanno comprato nelle regioni
povere dell'entroterra del Mali, del Benin, del Togo, della Repubblica Centraficana.
In questa regione, la tratta si è intensificata a partire dal 1996, quando il
calo del prezzo del caffè e del cacao ha reso impossibile la copertura dei costi
della manodopera adulta. I coltivatori ivoriani hanno cominciato a sostituire
uomini e donne con bambini di età non superiore a 14-15 anni. Li costringono a
lavorare anche per diciotto ore al giorno, e li sorvegliano anche di notte, rinchiudendoli
in sporchi e angusti accampamenti.
La Costa d'Avorio è il maggiore produttore di cacao nel mondo. Le industrie occidentali
di cioccolato, messe sotto accusa dalle associazioni umanitarie e sottoposte alle
pressioni dei governi nazionali, cominciano in questi anni ad impegnarsi in campagne
contro lo sfruttamento dei minori nelle piantagioni ivoriane. L'anno scorso, dopo
un forte richiamo del governo britannico, la "Biscuit, Cake, Chocolate and Confectionery
Alliance" ha declinato repentinamente ogni responsabilità: ha subito inviato una
commissione d'inchiesta in Costa d'Avorio che chiudendo l'indagine, ha dichiarato
di non aver trovato prove del coinvolgimento della "Biscuit" nell'impiego di schiavi
bambini.
In Senegal migliaia di bambini tra i dodici e i quindici anni vanno in
città a cercare lavoro. Nei villaggi poveri dell'entroterra, la siccità prosciuga
il suolo e i campi non sfamano le famiglie troppo numerose.
Le bambine vengono mandate a fare le domestiche, i ragazzi sono affidati a maestri
islamici, i marabutti, che devono insegnare loro il Corano. Ma, oltre ad imparare
a memoria i versetti del testo sacro, i piccoli sono costretti a procurare denaro
e cibo per il loro maestro, mendicando per le strade o arrangiandosi con lavori
ingrati e faticosi. Non imparano quasi mai a leggere e a scrivere, perché i marabutti
non li istruiscono e, piuttosto, li picchiano se non tornano a sera con un buon
guadagno. Negli ultimi anni, alcuni genitori hanno cominciato a rifiutare questa
tradizione e non lasciano andar via i figli. Ma ancora troppi bambini continuano
a emigrare nelle città, dove solo pochi fortunati riescono a vivere dignitosamente
e ad andare a scuola.
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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