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Lo sport professionistico è da
almeno vent'anni una grande industria globale. In alcune discipline le società
agiscono da vere e proprie multinazionali. La logica imperante è la massimizzazione
del profitto, cioè il raggiungimento della vittoria a tutti i costi. In questo
meccanismo gli atleti sono la materia prima, da sfruttare in tempo. La giovane
promessa deve diventare campione al più presto. Il calcio presenta uno degli esempi
più allarmanti.
La tratta dei baby calciatori
Il primo allarme viene lanciato nel 1991 dal presidente della Federazione calcistica
africana: "Gli agenti saccheggiano l'Africa, rubano i bambini a volte anche
di dieci anni, li portano in Italia e poi li abbandonano al loro destino".
Il sistema è molto semplice. I talent scout italiani scovano giovanissimi calciatori
e per sole trecentomila lire ne acquistano il cartellino. Convincere i ragazzi
a partire per l'Italia è semplicissimo. Per molti di loro è la grande occasione
per sfuggire alla miseria e tentare il sogno. I minori non hanno nemmeno bisogno
del permesso di soggiorno. Basta un'autocertificazione che dichiari la residenza
in Italia. Una volta nel Belpaese, solo un'esigua minoranza di loro supera il
provino. I bocciati rientrano in possesso del cartellino, ma non sanno più dove
andare. Nessuno si prende cura di loro. Sbandati, spesso senza una lira e senza
conoscere l'italiano, finiscono a lavare i vetri delle auto ai semafori delle
grandi città o sono vittime della criminalità. Il procuratore-talent scout ha
al massimo perso qualche soldo. Basta indovinare un giocatore di medio livello
in un'infornata di brocchi per rifarsi ampiamente delle spese.
La tratta ha inizio nel 1991, quando il Torino acquista in Ghana tre giovanissimi
calciatori a bassissimo prezzo. I tre sono presentati come futuri campioni, ma
dopo qualche anno di loro non si sa più nulla. L'investimento si rivela perdente,
ma le altre società lo prendono ad esempio. Nella stagione 1998/99 i tesserati
under 16 extracomunitari sono 5.308, dei quali 23 professionisti, tre "giovani
di serie" (tesserati da società professionistiche ma senza contratto) e 5.282
dilettanti, il 46 per cento dei quali ha meno di 12 anni. I minorenni over 16
sono 1.181, di cui soltanto 93 provenienti dall'Unione Europea. Dei 1.088 extracomunitari
512 sono africani, 324 provengono dai Balcani (Albania, Macedonia e Jugoslavia)
e 107 dal Sud America.
Le cifre destano scandalo e nel settembre 2000 i ministri Livia Turco e
Giovanna Melandri mettono a punto con la Federazione italiana gioco calcio
(Figc) un protocollo d'intesa per fermare gli "scafisti del pallone". Tutte le
società affiliate alla Figc hanno l'obbligo di segnalare la presenza del minore
straniero non appena arriva in Italia per il provino.
Le ginnaste tristi
Lo sfruttamento minorile nel mondo della ginnastica è stato denunciato dalla giornalista
Joan Ryan nel libro Little girls in pretty boxes, uscito nel 2000
negli Usa. La realtà descritta dalla Ryan è terribile: bambine di dieci anni costrette
a tredici ore di allenamento al giorno. Un giorno di riposo a settimana, appena
quattro l'anno. Il fisico esce stremato da questo ritmo infernale: stiramenti,
frizioni, compressioni di ossa, cartilagini, legamenti e tendini sono le conseguenze
meno gravi. In casi estremi le giovani ginnaste rischiano addirittura l'invalidità
e la morte. Più l'esercizio è rischioso più alto è il voto dei giudici.
La sovietica Elena Moukhima, campionessa del mondo nel 1978, è rimasta
paralizzata dopo un incidente. La statunitense Julissa Gomez muore nel
1991 dopo tre anni di coma in seguito ad una caduta sulla nuca nel 1988. Chi si
infortuna lievemente è costretta ad assumere fino a venti analgesici al giorno,
con il pericolo di lesioni renali ed emorragie interne. La russa Olga Kovalenko,
olimpionica nel 1968, ha recentemente rivelato che i suoi allenatori la costrinsero
a rimanere incinta per poi abortire, in modo da bloccare la sua produzione ormonale.
Un metodo di doping abbastanza diffuso in Unione Sovietica. Recentemente la federazione
cinese è stata accusata di imporre diete alimentari che conducono all'anoressia.
L'ex campionessa rumena Nadia Comaneci ha rivelato che per anni il suo
allenatore abusò di lei.
Violenze, omertà e rischi terribili per le campionesse di uno sport che in apparenza
è leggerezza e grazia. In realtà le ginnaste corrono una corsa invisibile contro
il tempo. Le migliori atlete hanno tra i 14 e i 17 anni. In pochissimi anni devono
arrivare alle Olimpiadi. La forma perfetta deve essere raggiunta prima che il
corpo si modifichi per sempre. Un allenatore ha usato una metafora per spiegare
il suo metodo di lavoro: "Prendete un paniere pieno d'uova e lanciatelo contro
un muro. Quelle che non si romperanno saranno le campionesse".
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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