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Le adozioni internazionali e
quelle a distanza sono pratiche sempre più in utilizzo in Italia come nel resto
dei Paesi Occidentali. A modifica della legge del 4 maggio 1983 numero 184 in
tema di adozione dei minori stranieri è intervenuta la ratifica della "Convenzione
per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale"
stesa all'Aja il 29 maggio 1993. Alcuni capi e titoli della legge nazionale sono
stati sostituiti da altri che indicano, ad esempio, le condizioni prescritte per
procedere all'adozione oltre confine.
Gli aspiranti genitori devono presentare una "dichiarazione di disponibilità al
tribunale dei minorenni di competenza del territorio di loro residenza" che deve
stabilire se sussiste la "capacità di rispondere in modo adeguato alle esigenze"
del minore (articolo 29bis comma 4). I requisiti rimasti invariati dalla precedente
legge sono l'esistenza del vincolo matrimoniale da almeno tre anni e di una differenza
di età tra l'adottante e l'adottato non inferiore ai diciotto anni e non superiore
ai quaranta.
Dopo i dovuti accertamenti - pratica che può impiegare dai due mesi e mezzo ai
sei e mezzo - le coppie che ricevono il "decreto d'idoneità" vengono assistite
da uno degli enti autorizzati pubblicati negli elenchi disponibili presso i tribunali
del minore.
Sono continui comunque gli assestamenti legislativi stabiliti dalla Corte di Cassazione
e dovuti principalmente a dispute politiche su questioni prettamente materiali
come quella dell'idoneità delle coppie di fatto, o delle coppie gay o della differenza
di età fra le parti, innalzata definitivamente a quarantacinque anni con il disegno
di legge approvato il 2 giugno 2000.
Nel 1999 oltre duemila bambini sono arrivati in Italia per farsi adottare. Di
questi, stando agli ultimi dati dell'Ufficio centrale per la giustizia minorile,
uno su tre veniva dalla Federazione russa (32,8 per cento) mentre gli altri dalla
Bulgaria (13,5), Romania (11,2), India (7,8), Brasile (7,4) ed a seguire la Colombia,
l'Ucraina, la Polonia e l'Etiopia.
Su 18mila minori adottati nel Belpaese dal 1994 al 1999 - 3mila l'anno in media
- 12.981 sono stranieri e 5.298 italiani. Nel 1999 le adozioni internazionali
sono state 2.117 rispetto alle 1.020 nazionali. Nello stesso anno i decreti di
adozione nazionali approvati sono stati 10 ogni 100, mentre quelli internazionali
29,6. E gli affidamenti preadottivi nei confronti di minori di altre nazionalità
sono stati 3.123 mentre quelli italiani 1.024.
Ritenuta "dalla parte dei bambini" dal ministro per gli Affari sociali Livia
Turco e da molte associazioni, la legge ha anche istituito la Commissione
per le adozioni internazionali nel medesimo dicastero, ha gettato le fondamenta
per la costituzione di un albo degli enti autorizzati ad occuparsi delle procedure
- quarantacinque sulle ottantaquattro candidate - e di un numero verde per le
informazioni (800 11 8330).
Ma questo non è stato sufficiente per risolvere tutti i problemi. Come quello
delle spese che la famiglia adottiva si trova ad affrontare. Fino a cinquanta
milioni, denuncia l'associazione Arcobaleno che dal 1993 si occupa di adozioni
all'estero, molti di meno secondo le istituzioni. Il primo esborso è quello per
il corso di formazione organizzato dagli enti autorizzati. Dalle 300mila lire
in su. Poi si sommano quelli per i documenti da spedire nella nazione di provenienza
del bambino, la vidimazione e la traduzione giurata, che oscillano tra il milione
e mezzo per il Brasile ai due milioni e mezzo per l'Etiopia. Poi ci sono le spese
per il viaggio ed il soggiorno che, per le adozioni del Centro America, non è
mai inferiore ai trenta-quaranta giorni.
E' vero però che fin dall'entrata in vigore della legge 184/83 molte delle uscite
dovute alla legalizzazione dell'adozione sono deducibili al 50 per cento nella
dichiarazione dei redditi. E' quanto si legge anche nella risoluzione 55/E del
ministero delle Finanze. Questa agevolazione comunque non basta a frenare il dissennato
traffico di minori che alimenta sempre più il mercato nero delle adozioni, di
fatto incontrastato dalla legge italiana che accetta come regolari tutti i bambini
che giungono nel territorio nazionale.
Ma se le ultime statistiche di fine anno del Censis e dell'Eurispes rilevano che
le famiglie italiane stanno tagliando i consumi, gli "investimenti in solidarietà"
sono invece in continuo aumento. Lo dimostra la persistente crescita delle adozioni
a distanza, ovvero quegli aiuti diretti ai bambini in difficoltà per promuovere
il loro sviluppo nel Paese nel quale vivono. Non si tratta quindi di versamenti
in denaro, ma investimenti in progetti che assicurino i servizi necessari, come
l'assistenza medica, la scolarizzazione, l'assistenza psico-sociale e la formazione
professionale.
Tante sono le organizzazioni no-profit che se ne occupano - 144 quelle censite
al 13 novembre 2000 - come la Ai.Bi che fornisce tutte le informazioni necessarie
all'indirizzo Internet www.aibi.it.
Seguono piani di adozioni a distanza in 54 Paesi del mondo per 50mila bambini
grazie all'aiuto di 45.242 benefattori.
Il sostegno personalizzato è quello che si rivolge a un determinato minore che
necessita di interventi specifici, come l'accompagnamento familiare o l'aiuto
nutrizionale. Quello comunitario invece è mirato ad appoggiare i bambini accolti
da strutture sanitarie, educative e sociali.
L'impegno economico, che viene suddiviso in soluzioni dalle diverse scadenze,
prosegue nel tempo almeno per tre anni, tranne quando se ne dà disdetta con un
certo preavviso. Da parte loro gli enti si impegnano a inviare con una scadenza
regolare un rapporto dettagliato sul progetto con le foto e la descrizione delle
attività realizzate.
Secondo un sondaggio del 1999 del settimanale Vita, sono quasi 500mila i piccoli
disagiati sostenuti in tutto il mondo con circa 200miliardi di lire l'anno. In
Italia i primi "genitori a distanza" sono i dipendenti (41,2 per cento) e i pensionati
(20,8), seguiti dalle casalinghe (18,6), i liberi professionisti (4), gli artigiani
(3,7) e i commercianti (3,1). Nel 45 per cento dei casi chi adotta a distanza
ha già altri figli, generalmente maggiorenni, ma anche i single sono presenti
(36,9 per cento). Il 6,9 è composto da gruppi di amici o colleghi, mentre l'1,4
da classi scolastiche. La prima motivazione a spingerli risiede nel "voler fare
la cosa giusta" e nel "dare una testimonianza cristiana". In secondo luogo "per
far buon uso del denaro" e, infine, "per dare alla famiglia un'apertura mondiale".
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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