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La cooperazione italiana con
i Paesi del Terzo Mondo ha conosciuto un vero boom negli anni Ottanta. Si è trattato
di una cooperazione fortemente centralizzata, impostata e coordinata, cioè, dal
ministero degli Esteri. La Farnesina privilegiò interventi "a pioggia": grandi
quantità di denaro investite soprattutto per costruire infrastrutture. I diritti
dei minori erano tutelati attraverso la costruzione di scuole ed ospedali. L'area
geografica privilegiata era l'Africa orientale. Uno sforzo sicuramente lodevole,
ma molto dispendioso. Accadeva che si spendesse più del dovuto e mancavano delle
vere linee guida. Oltretutto, all'inizio degli anni Novanta, diversi progetti
di cooperazione sono finiti sotto inchiesta nell'ambito di Tangentopoli. L'impegno
italiano ha subito perciò una forte contrazione e poi un mutamento strutturale.
Dal 1996 è stata privilegiata la cooperazione decentrata. Le iniziative sono realizzate
dal ministero degli Esteri con la collaborazione di regioni, province e comuni.
L'ultima parola sui progetti spetta comunque alla Direzione generale per la cooperazione
allo sviluppo che è così costretta a lavorare con decine di enti locali. Lavoro
capillare ma a volte dispendioso.
Il punto di riferimento fondamentale della cooperazione italiana è la Convenzione
della Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo del 1989. Fanno testo anche i principali
accordi internazionali in materia di diritti umani. Il principio ispiratore fondamentale
è il riconoscimento del minore come soggetto di diritti fondamentali inalienabili.
Uno degli obiettivi principali è il rafforzamento delle strutture educative formali
(scuole, asili, istituti di correzione) e informali (iniziative sportive, spettacoli)
nei Paesi di intervento, anche in rapporto al mercato del lavoro. Importantissimo
è anche l'intervento contro la tratta e il mercato dei minori con azioni di prevenzione
e di sensibilizzazione. Molto frequente il ricorso a programmi di sostegno a distanza
e di adozione internazionale.
Il rilancio della cooperazione italiana è dovuto soprattutto al nuovo ruolo delle
Organizzazioni non governative. Sono infatti le Ong (riconosciute dal ministero
e inserite in un apposito albo) a realizzare e a promuovere programmi di cooperazione
che vengono poi finanziati dalla Farnesina. Lo stanziamento per sostenere i programmi
delle Ong riconosciute è cresciuto da 32 miliardi di lire nel 1998 a 60 miliardi
nel 1999 e a 80 miliardi nel 2000. Nel 2001 la quota dovrebbe rimanere al livello
dell'anno precedente. Le risorse stanziate nel 2001 sono concentrate per l'80
per cento nei Balcani (Albania e repubbliche dell'ex Jugoslavia), in Medio Oriente
(Territori palestinesi, Giordania, Siria e Libano), Africa del Nord (Egitto, Tunisia,
Algeria e Marocco), Corno d'Africa, Cina e India. Il rimanente 20 per cento finanzierà
progetti in America Latina, Africa Occidentale e altri Paesi asiatici. I due terzi
delle risorse saranno destinati ai Paesi più poveri.
Va precisato che l'intervento italiano rimane relativamente poco consistente.
Nel 1999 il nostro Paese ha destinato alla cooperazione appena lo 0,15 per cento
del Prodotto interno lordo (Pil), piazzandosi al penultimo posto tra i Paesi donatori
dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Basti
pensare che un Paese piccolo come l'Olanda ha destinato più dell'Italia e che
la media Ocse è di 0,24 per cento del Pil.
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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