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Per i bambini italiani di età
compresa tra gli undici ed i tredici anni la famiglia è la cosa più preziosa che
abbiano. Lo dice il Telefono Azzurro: il 53,1 per cento dei minori la mette al
primo posto lasciando solamente al quinto e sesto rispettivamente i giochi (5,4)
e gli amici (3). Eppure l'80 per cento delle violenze perpetrate su un bambino
si consuma proprio tra le quattro mura domestiche.
L'incompetenza dei genitori, le premesse culturali, la familiarità con pratiche
educative dure utilizzate nella famiglia d'origine, le difficoltà sociali, economiche
e anche le possibili esperienze di maltrattamento vissute durante l'infanzia possono
essere i fattori che predispongono al maltrattamento dei piccoli. Se questi elementi
sono poi sollecitati da situazioni di forte crisi, come nel caso della morte di
uno dei coniugi, o di una grave malattia, una separazione e l'aggravarsi delle
condizioni economiche, le valvole di sfogo diventano più cieche e rabbiose.
La violenza psicologica è al centro di ogni offesa fatta ai bambini, ma è tanto
più grave quanto più è significativo il rapporto tra l'aggressore e la vittima.
Nel 1983 l'International conference on Psychological abuse of children and youth
ha formulato la prima definizione di abuso psicologico sui minori descrivendolo
come una serie di "atti omessi o commessi da individui che sono in una posizione
di potere differenziale che rende un bambino vulnerabile". Un esempio tipico del
maltrattamento emotivo che un parente può infliggere a un bambino è il rifiuto.
Dunque l'isolare, l'intimorire, l'umiliare, il corrompere, lo sfruttare e il non
riconoscere la sensibilità psicologica del soggetto sono altri aspetti di una
violenza sotterranea ma presente.
I danni appaiono quasi irreparabili. Si parte da un peggioramento netto del rendimento
scolastico e si arriva alla scarsa stima di sé, alla fobia verso gli adulti fino
alle regressioni nel comportamento, all'isteria e al tentato suicidio. La solitudine
diventa il sentimento predominante e per fuggirlo i minori scelgono spesso anche
strade più dure, come la prostituzione. Lo assicura il rapporto della Commissione
dell'Onu sui diritti umani presentata l'11 aprile 2000.
Se in Italia, stando ai dati del ministero degli Affari sociali sugli anni dal
1986 al 1998, i delitti contro i minori denunciati e per i quali l'autorità giudiziaria
ha iniziato un'azione penale sono diminuiti, la situazione è rimasta ad alto rischio.
Nel 1998, infatti, 4.631 denunce hanno portato alla luce le violazioni degli obblighi
dell'assistenza familiare. I maltrattamenti in famiglia verso i fanciulli sono
stati 2.829, da non confondere con i 95 casi di abuso dei mezzi di correzione.
Cinque, invece, i casi di incesto, molti di meno rispetto ai 18 registrati nel
1986, ma sicuramente pochi in relazione a quelle che sono le effettive violenze
sessuali sui minori in famiglia.
Nel periodo gennaio-luglio 2000, quarantaquattro genitori hanno abusato sessualmente
dei propri figli, come otto nonni, sette conviventi del genitore, quattro zii
e due fratelli.
Nel 1999 lo scenario è stato di poco dissimile. Se gli abusi sessuali da parte
di estranei non superano il 16 per cento dei casi, i genitori sono stati ancora
i principali responsabili delle violenze. Nell'11 per cento dei casi - secondo
i dati presentati in occasione della relazione dello stato di attuazione della
legge contro lo sfruttamento sessuale a danno dei minori 269/98 il 16 ottobre
2000 - hanno operato insieme. Nel 47,3 per cento ne è stato responsabile il padre
in media quarantunenne, nel 10,5 la madre trentaseienne, nell'8,9 i conviventi
dei genitori, nel 9,5 i nonni e nel 9,8 gli zii. Amici di famiglia e conoscenti,
invece, sono colpevoli nel 20,8 per cento dei casi. Quattro bambini su dieci hanno
comunque subito violenza da più di una persona e almeno il 50 per cento dei violentatori
sono soliti insistere nei loro abusi per anni. Il 6 per cento di loro arriva addirittura
a superare il decennio.
Il 46 per cento degli abusi è stato segnalato al Nord d'Italia, mentre il 25,6
al Centro. La Lombardia con 215 casi in un anno, pari al 30,6 per cento del totale,
è in cima alla lista nera delle Regioni più a rischio, seguita dall'Emilia Romagna
(109 casi pari al 15,5 per cento) e dal Lazio (93 casi per una percentuale del
13,2).
L'età delle vittime è diminuita negli ultimi dodici anni fissando le fasce più
colpite in quella che va dai due ai quattro anni e quella dai dodici ai quindici.
Ma il 20,7 per cento delle segnalazioni interessa proprio i minori più piccoli,
ovvero quelli di età compresa tra zero e cinque anni. E sono proprio le bambine,
quelle che risultano più legate alla famiglia (il 60 per cento contro il 46,9
dei maschietti coetanei), le principali vittime delle violenze (74 per cento con
un rapporto di 1 a 4 rispetto ai bambini).
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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