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Ogni anno, nel mondo, due milioni
di bambine vengono sottoposte a mutilazioni sessuali. Ogni anno, nel mondo, 15
milioni di giovani madri di età compresa fra i 15 e i 19 anni partoriscono, contribuendo
così per oltre il 10 per cento al numero complessivo delle nuove nascite. Semplici
dati, scarne cifre che racchiudono una drammatica realtà. E che già in parte la
rappresentano. Quello che i numeri non dicono, però, è che tale realtà è diretta
conseguenza di credenze religiose e culturali che a tutt'oggi sono ancora radicate
presso alcune popolazioni e in alcuni Paesi. Non sempre fra i più arretrati.
Nel Sudan, in Somalia, nel Mali, ma anche in Egitto, nelle zone meridionali della
penisola araba e in alcune zone del Sud-Ovest asiatico vige la credenza che per
diventare donne le bambine devono rinunciare a una parte di sé. Una parte che
non è solo di natura psicologica o spirituale, ma fisica. Le bambine vengono infatti
sottoposte a delle vere e proprie mutilazioni quali la sunna - consistente
nell'incisione di una parte del clitoride - l'escissione - che implica
la totale asportazione del clitoride - e l'infibulazione - che consiste
nella parziale sutura dei genitali (viene lasciato solo un piccolo passaggio per
l'urina e per il sangue mestruale), al fine di impedire il coito e la masturbazione,
fino al giorno del matrimonio, quando la sutura viene eliminata.
Si possono ben immaginare sia le conseguenze sanitarie, di quest'ultima come delle
altre pratiche, sia i rischi per la salute delle bambine (vengono tutte effettuate
prima della pubertà), ma anche per la loro stessa sopravvivenza, visto che vengono
effettuate nella pressoché totale assenza delle necessarie misure igieniche e
da persone incompetenti dal punto di vista medico. La tradizione vuole infatti
che ad operare siano le donne anziane, spesso le nonne o le zie delle stesse bambine
che vengono mutilate.
Tali pratiche, e le credenze ad esse connesse, sono maggiormente diffuse nelle
comunità più povere e isolate, dove lo scambio culturale è più difficile. A prescindere
dal fatto che tali comunità siano stanziate in Paesi più o meno sviluppati. Significativo
è ad esempio il fatto che nel non proprio arretrato Egitto, la percentuale delle
donne che vivono nelle zone rurali e che hanno subito mutilazioni si aggira intorno
all'impressionante dato del 100 per cento.
Un tale dato si spiega in gran parte col fatto che ancora oggi vige una diffusa
convinzione che a dettare tali pratiche sia la stessa legge islamica. Convinzione
che non trova però fondamento alcuno nelle pagine del Corano. E comunque è anche
interessante notare che in Paesi come l'Arabia Saudita, l'Iran, l'Iraq e la Palestina
le mutilazioni sessuali non vengono effettuate, al contrario di quanto avviene,
ad esempio, nella popolazione egiziana di religione cristiana copta.
Se per quanto riguarda le mutilazioni sessuali femminili, le drammatiche implicazioni
e le conseguenze nefaste sono immediatamente evidenti, nel caso dei matrimoni
precoci si è in presenza di un fenomeno in cui implicazioni e conseguenze sono
forse meno evidenti, ma di certo non meno negative. Tanto sul piano psicologico,
quanto su quello fisico.
Sia i maschi che le femmine ai quali viene imposto il matrimonio precoce subiscono
infatti profondi danni a livello intellettuale, psicologico ed emozionale, in
quanto l'unione prematura - per di più stabilita da soggetti terzi rispetto i
due sposi (solitamente i padri) - implica la restrizione della libertà personale,
la rinuncia all'istruzione e a ogni opportunità formativa. In breve ad una adeguata
crescita personale.
Nel caso delle spose bambine, però, le ripercussioni negative sono ancora maggiori.
Non solo, infatti, vengono in tal modo avviate a una vita di completa sottomissione
(nella maggior parte dei casi a mariti che hanno pochi anni più di loro, ma alle
volte anche a mariti che hanno il doppio - se non di più - della loro età), ma,
come se non bastasse, vengono anche sottoposte a delle gravidanze che, data la
loro giovane età e non avendo il loro corpo raggiunto la piena maturità, possono
risultare fatali. Le gestanti di età compresa tra i 10 e i 14 anni hanno infatti
cinque volte più probabilità di morire durante la gravidanza o il parto rispetto
alle donne di 20-25 anni; due volte di più per le ragazze tra i 15 e i 19 anni.
Alla base di tale usanza, come per il caso della pratica delle mutilazioni sessuali,
è presente un'insieme di credenze culturali e religiose che ancora oggi continuano
a perpetuarsi. Prima fra tutte l'opinione vigente in molte comunità del Niger,
dell'Egitto, della Giordania, del Libano, della Turchia, dell'Iraq, dell'India,
del Pakistan e del Bangladesh che non appena una ragazza inizia ad avere le mestruazioni,
può anche partorire, ed è quindi da considerarsi a tutti gli effetti "una donna"
(non sembra addirittura esistere in queste società lo stesso concetto di adolescenza
come periodo della vita situato tra la pubertà e la piena maturità). Ma una donna
che bisogna proteggere dalle tentazioni e dalle insidie del sesso e che bisogna
preservare vergine fino al giorno del matrimonio.
Così, molto spesso l'unione precoce è vista come il mezzo per assicurare alle
ragazze un'adeguata "protezione" da una disdicevole attività sessuale e dalle
gravidanze fuori del matrimonio. Ma anche, in molti casi, come il mezzo per liberare
la famiglia da un onere economico.
Il che non vuol dire, comunque, che anche quando assume un tale aspetto di più
pragmatica forma di transazione economica, il matrimonio precoce non rimanga investito
di un profondo significato culturale e religioso. Come dimostra, ad esempio, la
festa induista celebrata nello Stato indiano del Rajasthan nel giorno dell'Akha
Teej. Durante tale giorno del "buon auspicio", infatti, ogni anno vengono unite
a nozze migliaia di coppie, diverse centinaia delle quali composte da adolescenti.
Nonostante fin dal 1880 il governo britannico impose a 12 anni il limite minimo
di età in cui le ragazze potessero sposarsi (alzato poi a 15 nel 1929, a 18 nel
1976 e a 18 negli ultimi anni), ancora oggi si riscontra una percentuale ridotta
ma significativa di spose che hanno meno di 10 anni, e, in alcuni casi, di appena
due o tre anni di età.
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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