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Globalizzazione e lavoro minorile
E le multinazionali?
Le responsabilità dei colossi dell'industria mondiale

Lo sfruttamento del lavoro minorile da parte delle grandi multinazionali è uno degli argomenti più frequentemente sostenuti da chi critica la globalizzazione. Grandi imprese europee e nordamericane hanno da quasi trent'anni un sistema produttivo decentrato. La vecchia fabbrica "fordista" era completamente autosufficiente. L'automobile veniva realizzata interamente in un unico stabilimento. Negli anni Settanta cambia tutto. Il motore (la parte più complicata) si costruisce a Detroit (o a Torino). Le ruote in Thailandia, i tergicristalli in Cina e così via. Più complesso, ma enormemente più redditizio. Un lavoratore di un Paese del Terzo Mondo si accontenta di una paga bassissima e difficilmente ha qualche forma di tutela sociale. Spesso la situazione politica è tale da rendere impensabile la costituzione di un sindacato. Niente diritti, niente tutele. Per le imprese questo vuol dire poche spese e grande libertà di azione. L'impiego di manodopera infantile è l'aspetto più drammatico di un sistema che conosce forme di sfruttamento feroci.

Se osserviamo i dati diffusi dall'Agenzia delle Nazioni Unite per il Lavoro (Ilo) scopriamo che in tutto il mondo ci sono circa 140 milioni di bambini lavoratori. Di questi soltanto il 5 per cento è impiegato in stabilimenti di grandi multinazionali. Ma se i giganti del mercato mondiale ricorrono raramente al lavoro minorile, di sicuro lo incoraggiano indirettamente. La multinazionale subappalta spesso parti della produzione ad imprese locali. Non ha interesse ad aprire uno stabilimento proprio in Pakistan o in India. Si limita a fornire il progetto dei prodotti e spesso anche i materiali ad imprese locali che operano ad un livello più artigianale che industriale. Fornita la materia prima e l'idea manca soltanto la manodopera. L'imprenditore locale cerca a tutti i costi di ottenere l'appalto giocando al ribasso dei costi, cioè della spesa per gli stipendi. In questo sistema di appalti "a cascata", i bambini sono la risorsa più economica e più facilmente controllabile. Per alcuni lavori tessili, poi, le piccole mani dei bambini sono uno strumento efficacissimo.

Si è arrivati così a situazioni impressionanti. L'80 per cento dei palloni da calcio di tutto il mondo, ad esempio, è prodotto nel distretto di Sialkot, in Pakistan. Alla cucitura dei palloni lavorano circa 50.000 persone, un terzo delle quali ha meno di quattordici anni. Alle imprese di Sialkot ricorrono quasi tutte le grandi marche dello sport. E si capisce perché. Un pallone di cuoio è venduto in Europa a circa 120.000 lire. Se lo si acquistasse direttamente all'impresa in Pakistan, se ne spenderebbero soltanto 7.000. Sul prezzo il costo del lavoro incide soltanto del 2 per cento. La pubblicità del 5 per cento. D'altra parte, in Pakistan un bambino guadagna appena 350 lire l'ora. Profitti stratosferici, dunque.

Quando questo sistema è stato denunciato dall'Unicef alcuni anni fa, l'imbarazzo delle multinazionali è stato enorme. La Reebok dal gennaio 1998 ha un marchio su tutti i palloni: "Human Rights - Manufactured without child labour", cioè "Dritti umani - Realizzato senza lavoro minorile". Si tratta di un'autocertificazione a cui il consumatore può credere o meno, ma che non può essere assolutamente verificata. La stessa Reebok, nel 1999, ha affidato alla propria Fondazione un'inchiesta sulle condizioni di lavoro nei propri stabilimenti in Indonesia. Lavoro dettagliatissimo ma poco indicativo, proprio perché di parte. Tutte le multinazionali cercano ora di accreditarsi come rispettose dei diritti umani ed in particolare dei diritti dei minori. Nike, Chicco, Nestlé, Shell e molti altri hanno promesso solennemente che presteranno maggiore attenzione nello scegliere le imprese alle quali subappaltare parte della produzione. Ma gli scandali continuano. Nel gennaio 2000 un quotidiano di Hong Kong ha rivelato che i giocattoli di Winnie the Pooh e Toy Story venduti nei Mac Donald's di tutto il mondo sono realizzati dalla City Toys Ltd., impresa cinese che sfrutta il lavoro di centinaia di bambini. Un orrore che ha della beffa: bambini schiavizzati per il divertimento di altri bambini.

In Italia ed in altri Paesi, diverse organizzazioni non governative portano avanti da anni una campagna per gli "acquisti trasparenti". Ogni prodotto dovrebbe avere un certificato che attesti che è stato realizzato senza il ricorso al lavoro minorile. La campagna ha dato vita ad un progetto di legge presentato in Parlamento. Rimane però il fatto che simili iniziative rischiano di essere sterili se condotte da un singolo Paese. Nell'epoca della globalizzazione, la mancanza di un controllo e di un governo dei processi economici mondiali si fa sentire in modo sempre più urgente.

Valentina Venturi

Grandinotizie.it/2 giugno 2001


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