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Vanno tutti a scuola i bambini
cinesi che vivono in Italia. Lo fanno volentieri, anche se spesso si addormentano,
appoggiando la testa sul banco. Recuperano le ore sottratte al sonno notturno
e passate nelle officine, nelle concerie, nelle cucine dei ristoranti. Il commercio,
l'artigianato, il settore tessile, la pelletteria e la ristorazione, sono le principali
attività di una delle più numerose comunità di stranieri presenti nel nostro Paese:
quella che meglio fotografa le difficili condizioni dei minori extracomunitari
in Italia
Dalla Cina, le famiglie si trasferiscono un po' alla volta: prima arrivano gli
uomini, che lavorano sodo e guadagnano i soldi per il successivo viaggio delle
donne e dei bambini. Tutti contribuiscono a far prosperare le piccole imprese,
le botteghe o i locali che devono garantire la loro sussistenza. In tutto il Paese
ci sono centinaia di questi esercizi e microaziende, l'80 per cento è in Toscana
(tra Firenze e Prato) e nella provincia di Modena, dove si è concentrata l'analisi
del Cgil sui Lavori minorili in Italia, presentata nel novembre 2000.
E' difficile sapere quanti siano i bambini cinesi immigrati nel Belpaese. Molte
famiglie non regolarizzato la loro permanenza, o lo fanno solo dopo molti anni,
rendendo approssimative le stime statistiche.
E' noto, però, che tutti i piccoli cinesi cominciano a lavorare in tenerissima
età, di solito non hanno più di sei anni, e subito tagliano e incollano la pelle,
confezionano fodere e cuciono manici, sgrassano pentole e fornelli. Non sono impegnati
quindici ore al giorno come i loro genitori, ma il loro tempo extrascolastico,
da un minimo di cinque a un massimo di nove ore, lo dedicano a mansioni che in
molti casi sono pericolose e provocano tagli, escoriazioni e bruciature sui loro
esili corpi.
Il 97 per cento afferma di lavorare per aiutare la famiglia e non fa confronti
con la vita dei coetanei italiani. I piccoli cinesi, infatti, vivono con sufficiente
naturalezza la loro dimensione di individui sdoppiati in due mondi. Da una parte,
il senso di appartenenza alla loro etnia e la forte responsabilizzazione al lavoro;
dall'altra, l'apertura al Paese che li ha ospitati, attraverso la scuola. Vengono
iscritti a corsi regolari di studio, perché devono imparare la lingua italiana
e garantire agli adulti la possibilità di comunicare. Insomma, oltre ad essere
la manodopera indispensabile per l'attività economica dei genitori, questi piccoli
sono anche i loro mediatori linguistici e culturali. Ma, con otto ore di lavoro
sulle spalle, il tempo e le energie da dedicare allo studio e all'apprendimento
sono pochissimi: il 54 per cento dei bambini dice di studiare solo un'ora al giorno,
il 26 per cento confessa di non aprire mai i libri.
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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