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I bambini italiani non sudano
nelle miniere o nelle piantagioni, non trasportano cumuli di carbone o carichi
di immondizie per il riciclaggio. Queste sono immagini legate, ancora oggi, al
Terzo e al Quarto mondo, dove neppure i più piccoli sfuggono alla miseria e alla
schiavitù. Eppure, come in tutti gli altri Stati dell'Occidente industrializzato,
anche nel Belpaese lo sfruttamento dei minori è all'ordine del giorno.
I piccoli che lavorano illegalmente in territorio italiano sono circa 350 mila,
secondo la stima della Cgil che, nel novembre 2000, ha presentato i risultati
di un'inchiesta condotta tra i banchi di scuola, nei bar, nelle sale da gioco,
nelle parrocchie, nei luoghi più frequentati dai minori tra gli 11 e i 14 anni.
I baby-lavoratori sono 227 mila nel Sud e 141 mila al Nord, distribuiti in una
classifica per regioni che attribuisce il primo posto alla Campania, seguita dalla
Sicilia, dalla Puglia e dalla Lombardia. Le bambine sono 175 mila e i loro coetanei
maschi circa 200 mila.
Le storie raccolte su un campione di 600 ragazzi tra italiani e cinesi (una delle
comunità di immigrati più numerose in Italia), fotografano un panorama in cui
i confini tra Nord e Sud del Paese sono molto sfumati. La nostra epoca è ben diversa
da quella di fine Ottocento, quando Giustino Fortunato e Sidney Sonnino
indagavano la Questione meridionale e raccontavano dei "carusi" siciliani di sette
anni, che all'alba venivano inghiottiti dalle miniere per risalirne, dopo il tramonto,
con sacchi di carbone di venticinque, trenta chili sulle spalle. Oggi si tratta
di un fenomeno nazionale, una nuova questione sociale non tanto legata alla miseria,
quanto alla modernità.
Nella società post-industriale non si parla più di lavoro, ma di lavori minorili,
perché le tipologie identificate sono molte. Se nel Mezzogiorno i bambini lavorano
soprattutto per conto terzi, al Centro-Nord sono più impegnati nelle microimprese
familiari. Il 42 per cento del totale ha abbandonato la scuola, mentre il 58 continua
ad andarci. Inoltre, il 65 per cento lavora in modo continuativo dal lunedì al
venerdì o sabato, alcuni sono occupati per otto o più ore al giorno, altri soltanto
la mattina, il pomeriggio o la sera, e altri ancora solo nel week-end. Quattro
su dieci guadagnano meno di 200 mila lire al mese, il 40 per cento inizia la sua
attività prima delle 7 del mattino, o dopo le 8 di sera, alcuni anche prima delle
7 o dopo le 23.
Per il mercato del lavoro - di solito si tratta di contesti dove prevale l'economia
sommersa - i minori costituiscono un valore aggiunto. Al datore conviene impiegarli
anche se la loro produttività è inferiore a quella di un adulto, perché costano
meno e si occupano di mansioni umili, rifiutate dai grandi. Conviene anche alla
famiglia, in genere numerosa e raramente al limite della sussistenza, dove il
reddito dei figli integra quello del padre.
Per il minore, invece, entrare precocemente nel mondo del lavoro significa perdere
il diritto di crescere insieme ai coetanei e di raggiungere con serenità l'età
adulta. Molti, soprattutto gli adolescenti, non frequentano amici, non fanno sport,
passano il loro tempo libero a casa, parlano poco. Vivono, insomma, nel disagio
e nella frustrazione, e sprofondano nella sfiducia.
Solo il 22 per cento dei minori dichiara di essere consapevole dello sfruttamento
cui viene sottoposto. La maggior parte ha assimilato il modello culturale dei
genitori che, in genere, hanno un titolo di studio basso, hanno iniziato a lavorare
molto presto e danno poca, o nessuna, importanza all'istruzione del figlio. Perciò,
fin da piccoli, i bambini imparano a considerare il lavoro come un dovere familiare,
o come uno strumento indispensabile di autoaffermazione e di gratificazione personale.
Cinquantadue minori su cento sostengono di svolgere un'attività per aiutare la
famiglia e avere denaro; il 22 per cento afferma che vuole imparare un mestiere,
il 13 vede nel lavoro una via di fuga dalla scuola, il 12 dice che lavorare gli
piace.
Tutti hanno assimilato la fiducia dei genitori nel lavoro a discapito della scuola
e considerano l'ingresso nel mondo degli adulti un motivo di soddisfazione e di
successo. Quasi tutti, però, nei negozi, nei capannoni dei meccanici, nei retrobottega
degli artigiani, nelle cucine dei ristoranti, negli scantinati o nelle officine
dell'azienda di famiglia, assolvono compiti ripetitivi e meccanici, sono addetti
alle consegne o alle pulizie. Non svolgono attività professionalizzanti, non si
formano e non si preparano per rispondere alla domanda di lavoro legale che, invece,
richiede molta specializzazione. E così vengono condannati ad essere, anche in
un futuro, lavoratori marginali, precari e sfruttati.
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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