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Piange, la bambina con gli occhioni
neri di Bellissima, il film di Luchino Visconti che nel 1951 regalò
al mondo una splendida Anna Magnani nelle vesti di una madre disperata.
La donna, povera e sola, sperando in un magro guadagno, cerca di convincere la
figlia a recitare, ballare e cantare per una compagnia di teatro e varietà. Ma
la bimba non ne vuole sapere e, costretta a salire sul palcoscenico, piange gettando
nella prostrazione la mamma, e mandando su tutte le furie l'impresario.
La Magnani abusa involontariamente della sua bambina per bisogno e disperazione.
Ma quanti piccoli vengono introdotti nel mondo dello spettacolo solo per l'ambizione
e l'esibizionismo dei genitori? Ogni giorno, alla televisione, al cinema, nel
varietà, li vediamo recitare parti improbabili per la loro età, assumere fattezze
e atteggiamenti da lolite ammiccanti, rispondere ai quiz condotti da scaltri presentatori
che li trattano come animaletti buffi, per il divertimento dei grandi. Se vincono,
anche centinaia di milioni, i bimbi esultano composti; quando perdono mantengono
la calma con rassegnazione.
Ma i bambini reali, quando vincono un gioco fanno salti di gioia e, se vengono
sconfitti, protestano, sbattono i piedi, piangono.
L'idea di infanzia veicolata dalla televisione, dal cinema, dalle luci del varietà,
è falsa e pericolosa non solo per i piccoli protagonisti, ma anche per i coetanei
che si illudono di poterli imitare. Gli psicologi dell'età evolutiva avvertono
che l'impiego dei bambini nel mondo dello spettacolo è una forma di sfruttamento
solo apparentemente meno dannosa di molte altre, e sicuramente non meno insidiosa
per l'equilibrio psicologico minori.
E' certo deliziosa Shirley Temple, la più popolare e famosa attrice-bambina
di tutti i tempi. La piccola californiana iniziò a lavorare a tre anni. Sapeva
cantare, ballare, recitare. Con i suo boccoli d'oro e la sua aria da angioletto,
dal 1936 al 1939 conquistò il pubblico, superando negli incassi perfino Clark
Gable, Bing Crosby, Robert Taylor, Gary Cooper, Joan
Crawford. Il visetto sorridente e birichino della Temple era riprodotto su
souvenir, tazze, vestiti, cappelli. Poi, quasi all'improvviso, la sua piccola,
grande stella non brillò più. La bimba, ormai cresciuta, non interessava e non
piaceva più.
Tanti altri bambini che diventano protagonisti del cinema, della televisione,
della pubblicità, sono sottratti al loro ambiente, ai loro giochi, ai loro amichetti.
Rimangono per mesi al centro dell'attenzione, ammirati e un po' inviati da tutti
i genitori di figli "normali", poi vengono liquidati, perché i loro volti sono
già troppo conosciuti e cominciano a stancare.
Mentre l'industria dello spettacolo incassa grandi somme sfruttando la loro immagine
e le loro capacità, i piccoli svestono gli abiti e le abitudini infantili per
indossare maschere che difficilmente riusciranno a togliersi in futuro. Assumono
il ruolo di piccolo uomo o piccola donna, si atteggiano a divi, riflettono interiormente
un'immagine di sé che non corrisponde alla realtà. La ricaduta nella normalità
e l'improvvisa presa di coscienza della finzione vissuta da piccoli, può essere
traumatica, una volta raggiunta l'età della ragione.
I ruoli troppo coinvolgenti turbano spesso la serenità dei baby-attori, per esempio
quando interpretano la parte di un minore vittima di gravi violenze o abusi, oppure
quella di testimone, anche se solo sul set, di omicidi, massacri, carneficine.
Gli psicologi mettono in guardia gli adulti e, come si legge in un'analisi dell'Osservatorio
nazionale dell'infanzia di Firenze, puntano il dito contro "i genitori che proiettano
nei figli desideri di primeggiare e aspirazioni non soddisfatte, e sono spesso
ansiosi di facili guadagni". Sotto accusa sono anche "gli agenti cinematografici
o teatrali", quando sfruttano capacità ed immagine dei minori, senza tener conto
della loro integrità psicofisica.
L'avidità, spesso l'ignoranza, conducono in alcuni casi fino all'estrema violenza
del coinvolgimento dei piccoli nei film pornografici. Per questi casi, in Italia,
la legge del 3 agosto 1998 n. 269, prevede la reclusione da sei a dodici anni
e sanzioni da cinquanta a cinquecento milioni per chi sfrutta i minori per esibizioni
o produzione di materiale hard.
Nel 1997 il Censis, in collaborazione con "Pitti Immagine", ha scandagliato i
programmi della Rai e delle maggiori emittenti private italiane, oltre agli articoli
dei principali quotidiani nazionali.
Il "bambino mediato", si legge nella relazione conclusiva dello studio, "è sostanzialmente
privo di punti di riferimento reali, strutturanti nell'evoluzione della personalità".
Nelle serie televisive, mancano o sono sfumate le persone che più dovrebbero influire
nella crescita dei piccoli. E' assente soprattutto il padre; oppure c'è, ma è
un eterno adolescente, amico o rivale del figlio, quasi mai modello ed esempio
da seguire. Le mamme sono grintose e volitive, manager a casa come in ufficio.
E i nonni, le figure rassicuranti e istruttive dell'infanzia di un tempo, sono
in estinzione. Recentemente ne abbiamo visto un raro "esemplare" nella serie Un
medico in famiglia, con Lino Banfi nonno-chiocciola di una numerosa
famiglia allargata.
I bambini dello spettacolo vivono, dunque, in un mondo privo di figure guida,
non diversamente da molti piccoli che avvertono quotidianamente il vuoto lasciato
da genitori lavoratori e spesso ancora in cerca di un'identità matura.
Attraverso lo schermo della televisione, sotto la luce dei riflettori cinematografici
e pubblicitari, i bambini sono belli, felici, senza problemi. O, al contrario,
sono sottoposti a maltrattamenti, violenze, abusi sessuali. L'infanzia reale rimane
sepolta tra gli stereotipi del bimbo angelicato, protagonista di storie edificanti,
e quelli del minore vittima del mondo dei grandi. I piccoli attori, così come
i loro ingenui spettatori, sono portati a credere che per essere felici basta
fare una buona azione, giocare con l'ultimo videogame in vendita, indossare un
paio di jeans firmati. Ma anche, che la loro vita è sempre in pericolo, perché
ad ogni angolo si può incontrare un mostro, ovviamente adulto, pronto a divorarli.
La nostra società tende sempre più a far scomparire l'infanzia come momento di
crescita, cammino segnato da tappe indispensabili alla crescita. Il professor
Alfredo Carlo Moro, in un recente studio condotto per conto dell'Osservatorio
nazionale per l'infanzia di Firenze, parla di processo di "adultizzazione" dei
bambini. E' un fenomeno evidente nella scomparsa dei giochi tradizionali, sostituiti
dai giochi elettronici e virtuali, o nell'eclisse delle fiabe, che solo pochi
nonni continuano a raccontare. E, soprattutto, nella trasformazione di centinaia
di minori in star dello spettacolo e in genietti dei quiz televisivi.
Ai nostri piccoli non concediamo più il tempo necessario per metabolizzare esperienze
ed emozioni attraverso i filtri di un'intelligenza via via più matura. E, di solito,
un bambino cresciuto rapidamente, è destinato a diventare un adulto rimasto bambino.
Grandinotizie.it/3 gennaio 2002
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