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  Ovidio (Publio Ovidio Nasone)

Ovidio (Publio Ovidio Nasone)
Poeta, nato nel 43 a.C. a Sulmona, morto nel 17 d. C. a Tomi (isola del Mar Nero)
 
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Publio Ovidio Nasone nasce a Sulmona nel 43 a.C. da un'antica e agiata famiglia dell'ordine equestre, il ceto sociale formato dai cavalieri. All'età di 12 anni si trasferisce insieme al fratello a Roma, dove inizia a studiare grammatica e retorica con illustri maestri quali Aurellio Fusco e Porcio Latrone. Intraprende la carriera forense, compiendo anche un viaggio di perfezionamento ad Atene all'età di 18 anni.

Avverte però ben presto un forte amore per la poesia, al punto, ricorda egli stesso in un'elegia dei Tristia, che tutto ciò che tentava di dire era in versi ("quod temptabam dicere versus erat"). Così, giudicando anche "vergognoso prostituire la propria lingua per difendere squallidi criminali", decide di abbandonare la carriera forense e di seguire la vocazione letteraria. Prende parte ai circoli culturali di Messalla Corvino e di Mecenate e conosce i maggiori poeti dell'epoca, quali Orazio, Properzio, Gallo e, "di vista", Virgilio. Frequenta la corte dell'imperatore Augusto e conduce una vita agiata.

A trent'anni ha già alle spalle due matrimoni e altrettanti divorzi. Si sposa dunque con una giovane ragazza della gens Fabia che amerà fino alla fine dei suoi giorni, seppur da lontano. Nell'8 d.C. infatti l'imperatore Augusto emana un decreto che lo costringe alla "relegatio" nell'isola di Tomi, sul Mar Nero. Non sarà un vero e proprio "exilium", che prevede la confisca dei beni e la perdita dei diritti di cittadino, ma lo costringerà comunque a una vita di solitudine in un ambiente inospitale e selvaggio.

Ovidio non smetterà mai d'implorare la grazia di una revisione della condanna, ma rimarrà inascoltato sia presso Augusto che presso il suo successore, Tiberio. Muore sull'isola nel 17 d.C.

A tutt'oggi rimangono oscuri i motivi che hanno indotto Augusto a dare tale ordine e a non concedere mai la grazia invocata. L'ipotesi più accreditata è che l'imperatore, impegnato in quel periodo in una riforma dei costumi, abbia voluto dare un forte segnale attraverso la punizione esemplare di Ovidio, che poco tempo prima aveva composto l'Ars amatoria, un vero e proprio trattato sull'amore libertino. Tale tesi sarebbe tra l'altro avvalorata dal fatto che contemporaneamente alla "relegatio" del poeta venne ordinato anche il ritiro di quest'opera dalle biblioteche pubbliche.

Ma ancor più probabile - come dimostra tra l'altro una confessione che il poeta farà poco prima di morire, quando parlerà enigmaticamente di due colpe di cui si ritiene responsabile: "carmen et error" - è che Ovidio stesso fosse coinvolto in uno scandalo di corte (l' "error" che aveva commesso) che Augusto aveva tutto l'interesse a mantenere segreto.

  Grandinotizie.it/ 15/aprile/2002
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