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Vittorio Sgarbi, si sa, non le manda a dire. E appena insediatosi come sottosegretario con delega per la tutela dei Beni culturali esprime con energia e durezza la gravità - a suo avviso - della situazione del patrimonio culturale italiano. La causa dello "scempio" deriva dalla gestione ministeriale di Walter Veltroni e Giovanna Melandri. Una "visione retorica, astratta del ministero. Quei due ministri sono stati pessimi: hanno portato denaro ma hanno distrutto mezza Italia". Le parole chiave cambieranno. "Basta con "ristrutturazione". Meglio restauro, conservazione, tutela. E la "fruizione dei giacimenti culturali"? Un crimine lessicale. La legge 1039 del 1939, e io non ho certo nostalgie fasciste, parla di "godimento" e "belle arti" ". Ma finirà anche "lo sfregio sistematico delle piazze" come Montecitorio dove si sono attuati "gesti barbarici, frutto di indecorosa ignoranza" o "lo scempio di piazza del Duomo di Spoleto con la sua sciagurata pavimentazione uno scandalo europeo". E annuncia anche lo stop ai lavori di ristrutturazione dell'Ara Pacis a Roma guidati dall'architetto Usa Richard Meier: "Una schifezza, un gesto d'arroganza: abbattere un'opera di Vittorio Morpurgo del 1938… era storia dell'architettura, punto e basta!". Da oggi scompare l'autonomia dei funzionari e dei soprintendenti. "L'errore di un soprintendente può essere smentito dal ministero. Se un soprintendente si inventa stranezze verrà fermato. No, nessun antagonismo: solo logica delle cose". E' già pronto il primo segno evidente: "Ricostruiremo la Fenice di Venezia in due anni. L'Ulivo non c'è riuscito in sei, ci sono state le pressioni della magistratura che ha ingiustamente inquisito Cacciari e bloccato gli interventi. Ci riusciremo noi. Il mondo applaudirà". Dal canto suo Giovanna Melandri non sta a guardare. Ha replicato immediatamente alle accuse. "Sgarbi si è autoimposto il ruolo di esteta. Mostra una narcisitica furia distruttrice, immagina un'amministrazione che si inchina ai desideri del principe: ha un'idea feudale del ministero. Sgarbi dovrebbe ormai smettere la giacca del critico, dell'animatore culturale, per indossare quella di uomo di governo e mostrare cultura istituzionale". Conclude la sua difesa sottolineando che "non si guadagnano i galloni con certe furie ma preoccupandosi dei milioni di cittadini che hanno diritto di accesso alla cultura".
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