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Nasce da una famiglia della buona borghesia abruzzese, dal 1874 al 1881 è convittore al Collegio Cigognini di Prato. Sono anni di solida formazione sui classici, di esercizio sulle forme elette dell'italiano e delle prime esperienze come poeta. Nel 1879 pubblica a spese del padre Primo Vere, la prima raccolta di versi. Per attirare su di sé le attenzioni della stampa, d'Annunzio diffonde la notizia della propria morte, salvo poi smentirla e fare uscire in un clima di maggiore attenzione la seconda edizione della raccolta. Il consenso a Primo Vere di letterati come Chiarini e Nencioni gli apre le porte degli ambienti letterari romani.
Si trasferisce a Roma nel 1881 e si iscrive alla Facoltà di Lettere. La carriera di studente non lo coinvolge e preferisce dedicarsi alla cronache mondane, divenendo un assiduo frequentatore di salotti letterari e aristocratici.
Nel 1883 soddisfa le sue ambizioni aristocratiche sposando Maria Hardouin dei duchi di Gallese. Dal matrimonio, seguito ad una scandalosa fuga d'amore, nascono tre figli e i primi debiti. In questi anni d'Annunzio collabora al Fannulla, al Capitan Fracassa, alla Cronaca Bizantina, alla Tribuna. Alterna l'attività giornalistica a quella letteraria, pubblicando alcune raccolte di versi e novelle.
Tra il 1887 e il 1892 vive la tormentata storia d'amore con Barbara Leoni, sua musa ne Il Piacere (1889), nel Trionfo della morte (1894), mentre le liriche delle Elegie romane (1892) e del Poema paradisiaco (1893) registrano la crisi e la fine del loro rapporto. Dal 1891 è a Napoli dove collabora al Corriere di Napoli e al Mattino , ha una nuova compagna - la principessa Maria Gravina Cruyllas Anguissola -, una nuova figlia e nuovi debiti.
Nel 1894 a Venezia incontra Eleonora Duse. Ne nasce un sodalizio d'amore e d'arte cui corrisponde il periodo più creativo della produzione dannunziana: scrive i primi tre libri delle Laudi (1903-1904), inizia a comporre per il teatro e dà alle stampe Il Fuoco, la trasposizione letteraria della storia d'amore con la Duse. Insieme alla sua compagna si trasferisce a Settignano, sulle colline di Firenze. Lei si stabilisce nella villa di Porziuncola, poco distante da lui, alla Capponcina, dove tra arredi preziosi e cavalli recita il ruolo del signore rinascimentale.
Vergini delle Rocce (1896), il romanzo politico di impostazione aristocratico-reazionario inaugura l'avventura parlamentare di d'Annunzio. Nel 1897 è eletto deputato della destra, frequenta poco Montecitorio e nel 1900, mentre si discutono le leggi Pelloux che considera liberticide (consistevano in una "regolamentazione" della libertà di stampa e del diritto di sciopero), passa con un gesto clamoroso all'estrema sinistra. Nello stesso anno si presenta alle elezioni come candidato socialista, ma senza successo.
Il 1904 segna la fine della storia con Eleonora Duse e nuovi nomi di donne compaiono nella biografia di d'Annunzio: Alessandra di Rudinì Carlotti, Giuseppina Mancini e la contessa russa Natalia de Goloubeff. Quest'ultima lo accompagnerà negli anni dell' "esilio volontario" in terra francese.
Infaticabile homo eroticus, D'Annunzio affolla la propria alcova sempre di nuove conquiste. Sono circa 150 le sue amanti certe - censite con nome e cognome - e si calcola siano almeno mezzo migliaio - tra nobildonne, sarte, infermiere, cameriere, ragazze di strada - quelle che hanno conosciuto la "catapulta perpetua" del Vate: un harem che accompagnerà la leggenda del poeta superuomo fino alle ore del declino.
Nel 1910 di fronte ai nuovi dissesti finanziari e in segno di protesta per il sequestro della Capponcina si trasferisce in Francia dove la traduzione delle sue opere ne accresce immediatamente la fama. Durante i cinque anni francesi, si dedica alla stesura del Martyre de Saint Sebastien, messo in scena con musiche di Debussy, e si impegna per il riavvicinamento politico tra Italia e Francia.
Torna in Italia nel 1915 e si schiera con fervore per l'intervento in guerra. Durante il conflitto si stabilisce a Venezia, nella "casetta rossa" sul Canal Grande che diviene il quartier generale delle imprese plateali che in quegli anni lo vedono protagonista. Qualche esempio: è a bordo di uno dei tre mas che la notte del 10 febbraio 1918 lanciano siluri contro navi austriache alla fonda della baia dei Buccari, vicino Fiume; pochi mesi dopo vola su Vienna con una squadriglia di aerei, lanciando dal cielo migliaia di volantini inneggianti alla resa.
Nel 1916 in seguito ad un incidente aereo si ritira nella "casetta rossa" sul Canal Grande. Immobile e costretto ad una cecità temporanea scrive il Notturno. A guerra finita condanna la "vittoria mutilata" e dedica la sua attività di politico e oratore alla questione di Fiume, la città che parte dell'opinione pubblica e dell'esercito voleva italiana.
Nel settembre del 1919 sfidando il governo e contravvenendo alle decisioni della Conferenza di pace, occupa militarmente la città di Fiume con il sostegno di gruppi volontari e di alcuni reparti dell'esercito. Nel dicembre del 1920, dopo quindici mesi di occupazione, i reparti regolari delle forze armate, inviate dal governo italiano, mettono fine alla sua avventura fiumana.
Dal 1921 si ritira al Vittoriale, la villa di Cargnacco presso Gardone Riviera sul Lago di Garda. Il fascismo lo ricopre di onori, ma lo preferisce lontano e politicamente disimpegnato.
La sua produzione artistica si sofferma sulla memoria e sulla meditazione. Dal 1926 cura l'edizione nazionale della propria Opera Omnia, raccoglie il Libro segreto (1935) e amplia Le faville del maglio (1924 - 1928).
Si spegne presso il Vittoriale il 1° marzo del 1938. Il suo "vivere inimitabile", ispirato al culto della bellezza e del "super io", dunque l'estetizzazione dell'arte e della politica, spesso contestata dai suoi detrattori, non arresta l'influenza indubbia che d'Annunzio ha sulla produzione letteraria del suo periodo e di quello seguente. Anche gli antidannunziani - ad esempio i Crepuscolari - non possono che partire dalla sua produzione per contestarla.
Di lui Mario Praz ha detto: "Guardate le nostre calligrafie: c'è un momento della nostra giovinezza in cui l'onesta calligrafia appresa a scuola s'impenna, ha preso angoli arditi, e diventa bizzarra e insieme ricercata. E' il momento dannunziano. Avevamo letto d'Annunzio, avevamo visto il suo autografo. Il nostro carattere lo riverberava".
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