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L'arte di Chuck Close, tra i più celebrati artisti figurativi degli Stati Uniti, è in mostra dal 23 febbraio al 21 aprile all'Accademia americana di Roma con una trentina di opere. Close è considerato il precursore della pittura digitale, i suoi quadri sono definiti iperrealisti e con pulsioni verso l'astrattismo. Il suo unico strumento è però il pennello intriso di colore.
Sono esposti i suoi famosi ritratti iperrealisti, valutati anche un milione di dollari. La rassegna, la prima antologica in Italia, percorre la sua arte, dagli anni Settanta ad oggi. I soggetti dei suoi quadri, sono lo stesso artista (innumerevoli i suoi autoritratti realizzati con infinite tecniche e varianti), la moglie, i suoi figli ed amici tra i quali il compositore minimalista Philip Glass.
Tra le opere esposte, troneggia uno dei suoi Self Portrait, con cera molle a dodici colori, tanti tasselli come in un mosaico di colori inseriti in una griglia di caselle meticolosamente realizzata dall'artista.
L'artista stesso ha spiegato il suo approccio con l'opera. Al contrario di Andy Warhol, che trasferiva direttamente l'immagine fotografica sulla tela, il suo metodo consiste nel fotografare il soggetto (in genere un amico o un familiare) con una Polaroid.
Esegue i suoi lavori sulla sedia a rotelle, dopo la malattia che lo ha colpito nel 1988, all'età di 48 anni. Per dipingere dalla sedia a rotelle si è costruito uno strumento particolare.
Dopo aver scattato la foto, Close traccia sull'immagine un reticolato, che poi viene riportato su una tela in scala molto più grande, soprattutto nei ritratti, dove spesso usa dimensioni notevoli. Ogni riquadro viene riempito di colore, fino al 1988 solo bianco e nero, poi si allarga la maglia del reticolato e la tavolozza si arricchisce.
"Ma non mescolo mai i colori", precisa Close. Usa varie tecniche incisorie, dalla litografia all'acquatinta, dalla mezzatinta alla serigrafia e molte altre ne ha inventate lui stesso (con carta pressata, tessuti, alluminio), creando opere sempre diverse partendo da un identico soggetto.
Tanti Alex, tanti Phil, tante Georgia. Ogni volta i visi mutano, a seconda della tecnica scelta dall'artista. Per completare un'opera Close può impiegare anche più di un anno. Fin dall'inizio di questo lungo lavoro, l'unica cosa certa è che l'opera finale somiglierà alla fotografia, dice Close, "ma ogni volta non so quale rotta seguirò". Ed è proprio questo percorso che viene trasmesso a chi guarda l'opera.
Close non aspetta mai l'ispirazione per ricominciare. "Mi metto a lavorare e basta - dice - e mi lascio coinvolgere dalla tecnica del processo stesso. E' così che vengono le idee, non sono preconcette". L'effetto delle grandi tele è quello in alcuni casi del mosaico: "Amo quelli romani, li preferisco ai ravennati, perché fanno vedere ogni singola tessera, ma anche l'immagine totale".
La prima opera del genere che ha visto in vita sua, era la copertina di una rivista scientifica americana. "Stavo andando all'inaugurazione di una mia personale e ho pensato, accidenti, adesso nessuno crederà che non ho mai usato un personal computer". Ora lo ribadisce con calma, ma deciso: "Non ho interesse per mezzi che fanno risparmiare lavoro".
Con il pennello ricompone quei volti in espressioni mai esaltate, emotivamente contenute, tanto non si può barare. "Il viso di una persona - conclude Close - è la carta stradale della sua vita. Se l'affronta con atteggiamento positivo le rughe sono quelle che si formano quando si sorride. Allo stesso modo è subito palese quando invece la vita la si passa imbronciati".
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