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In occasione dell'anniversario
della nascita di Pablo Picasso (il 25 ottobre 2001 ricorrono
i 120 anni) abbiamo sentito Sandro Sproccati, docente di
Fenomenologia delle arti contemporanee presso l'Accademia
delle Belle Arti di Bologna, critico dell'arte e scrittore.
E' autore, tra l'altro, di un saggio sull'avanguardia pittorica
russa del primo Novecento dal titolo La concreta utopia.
Picasso e l'avanguardia.
Il ventesimo secolo nel campo dell'arte è il secolo delle avanguardie.
E Picasso - è opinione diffusa - è l'artista che più ha sperimentato
e più innovato…
"Picasso in verità è stato artista d'avanguardia soltanto nei
primi anni del secolo, quando attorno a lui si aggrega il movimento
dell'avanguardia cubista. E cioè nel periodo che va dal 1905 al
1915 circa. Anche qui, è da fare una precisazione. L'avanguardia
cubista è un'avanguardia sui generis. Le manca l'aspetto
di forte critica sociale che c'è ad esempio nell'avanguardia espressionista
che le è contemporanea o che la precede di poco. Così come le
manca un'analisi di tipo politico e quello slancio utopico di
rinnovamento che è presente nelle avanguardie russe o nel surrealismo.
Resta in sostanza una rivoluzione tutta interna all'ambito della
pittura. Il rinnovamento è solo formale e "linguistico" in sostanza".
Picasso e il Novecento.
Dunque Picasso non è così "decisivo" nell'evoluzione artistica
del ventesimo secolo. E' così?
"Picasso secondo me è un artista sopravvalutato. Sia per ciò che
riguarda l'arte del ventesimo secolo, sia per quello che ha rappresentato
all'interno dell'avanguardia francese dei primi anni del '900.
Penso ad esempio che all'interno del movimento cubista sia più
importante Georges Braque. Anche se è da riconoscere che
senza Les daimoselles d'Avignon del 1907, forse nemmeno
Braque sarebbe giunto alla ricostruzione dello spazio in senso
cubista. Ma il vero rivoluzionario, il vero fondatore del movimento
è Braque".
Dunque sono altre secondo lei le figure di riferimento nel
Novecento.
"Ci sono artisti in effetti che hanno esercitato un'influenza
più radicale e più duratura di Picasso. Personalmente, ne dovessi
citare alcuni, direi Malevic, Duchamp e Mondrian. In effetti tutti
e tre hanno attraversato l'esperienza cubista, e quindi hanno
fatto i conti anche con Picasso. Tuttavia, se dovessi fare un
bilancio di fine secolo, Picasso ha - secondo il mio parere -
un ruolo sicuramente significativo, ma di secondo piano".
La fortuna critica.
Come mai Picasso più di Braque è riconosciuto come il leader del
movimento cubista?
"Perché Picasso era più personaggio di Braque, che invece era
un timido. Picasso fu bravo a farsi carico del progetto e ad imporsi
come riferimento per i giovani artisti dell'epoca. In fondo "usurpò"
- usando un termine un po' forte - il ruolo di leader. Ma questo
non solo per quanto riguarda il cubismo. Spesso conta, più della
qualità artistica di un'opera, la capacità dell'artista di promuoverla
e di promuoversi, di conoscere le persone giuste che possono fare
la sua fortuna. Sono le leggi del "mercato dell'arte". E Picasso
aveva una grande abilità in questo senso".
Onda lunga dunque quella dell'artista spagnolo, se ancora oggi
è considerato l'artista simbolo del '900 però.
"La picassomania, in verità, è venuta meno dopo gli anni Cinquanta-Sessanta.
Resta ancora - e questo è vero - l'artista maggiore "per fama"
presso il grande pubblico. Del resto ha creato un mito intorno
a se stesso e in questo è stato un vero genio. Innanzitutto ha
avuto fin da subito le possibilità economiche per far girare le
proprie opere nel mondo, così come un altro aspetto della sua
fortuna è stato il suo "camaleontismo", il fatto di saper sempre
trovarsi al posto giusto nel momento giusto".
Quindi anche i continui passaggi da un tipo di pittura ad un
altro…
"Sì. Infatti abbandona la strada dell'avanguardia quando negli
anni Venti questa non è più di moda. E si fa promotore insieme
ad altri del cosiddetto "ritorno all'ordine". Oppure si fa politico
quando è "politico" essere politici".
Picasso e l'impegno.
Qual è la sua riflessione su Guernica, opera "provocata"
dalla guerra civile spagnola del '36?
"E' un'opera "azzeccata", sotto tutti i punti di vista. E' un'opera
espressionista, dunque in ritardo rispetto alla propria epoca.
Applicando un minimo di rigore filologico, ci si accorge che è
un'opera superata rispetto al dibattito culturale di quegli anni.
Eppure è "giusta" perché in quel momento era ciò che si doveva
fare. E cioè un'opera di denuncia efficace".
E il primo Picasso, quello per intenderci del periodo blu e
del periodo rosa?
"E' un artista ancora immaturo, che non ha gli strumenti che acquisirà
di lì a poco. E' un buon artista, come Modigliani, dotato di capacità
espressive non indifferenti, ma per niente aggiornato. Solo intorno
al 1905 entra in contatto con l'espressionismo e con il
primitivismo. E decisivo soprattutto, sempre in quegli
anni, è l'incontro con la pittura di Cezanne. Ecco, riuscendo
ad unire l'esperienza espressionista con la ricerca di Cezanne
viene fuori, a mio avviso, il miglior Picasso, quello che nasce
per intenderci con Les daimoselles d'Avignon".
A proposito di Les damoiselles d'Avignon… "Non è un quadro
cubista, ma espressionista, che deforma l'impianto figurale secondo
le metodologie linguistiche proprie di quella corrente, piuttosto
che ricostruirlo in base al nuovo rapporto tra superficie e spazio
tridimensionale che sarà tipico del cubismo. Si nota tuttavia
un'estremizzazione della ricerca della Brücke (la principale
corrente dell'espressionismo tedesco) e di alcuni fauves
(i francesi). In definitiva mi sembra vi sia un grosso salto,
una frattura, un punto interrogativo quasi inspiegabile, tra quell'opera
e le successive che sono a tutti gli effetti cubiste".
E come si risolve questo interrogativo?
"Forse tornando a quanto detto in precedenza e cioè considerando
il ruolo svolto da Braque in quel momento".
Un balzo in avanti verso l'ultima stagione: Picasso dopo Guernica
"Io penso che il Picasso degli ultima fase sarebbe stato di fatto
ritenuto un minore se non avesse avuto dietro le spalle la stagione
cubista e un grande passato. La sua produzione, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, diventa marginale rispetto alle ricerche artistiche
dello stesso periodo. Non partecipa più all'innovazione, e vive
la vita di un venerato maestro, una sorta di "grande vecchio"
al quale tutti guardano con ammirato distacco."
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