|
Ha senso chiamarsi
e sentirsi italiani all'alba del terzo millennio? Considerando
che ci sono circa sessanta milioni di italiani, tra oriundi ed
emigranti temporanei - di cui ben quattro milioni sono registrati
presso l'anagrafe consolare - sparsi nei cinque continenti, si
può dedurre che esiste ancora una cultura, una tradizione, uno
stile italiano che si è amalgamato con altre società. Al di là
di un impulso etnico- nazionalista, ha sicuramente senso parlare
di uno spirito italiano-internazionale, di un made in Italy elemento
di caratterizzazione molto forte della nostra comunità all'estero.
E non si parla solo delle generazioni dei nostri genitori o dei
nostri nonni che, armati di sogni e di disperazione, hanno salutato
la terra natia alla ricerca di una vita più dignitosa. Ora si
parla di giovani, ventenni o trentenni, magari professionisti,
non più armati di disperazione ma di sogni e di aspettative e
forse di un po' di amarezza per non aver trovato in "patria" l'opportunità
tanto desiderata. Si parla di giovani ricercatori, studiosi, aspiranti
attori, ballerini, scrittori che non emigrano, ma viaggiano, hanno
occasioni di lavoro all'estero, scelgono il proprio futuro.
E forse proprio per questo negli ultimi dieci anni la politica,
le istituzioni governative, le associazioni hanno dato vita ad
una serie di iniziative e di programmi allo scopo di recuperare
un contatto spesso dimenticato con i connazionali all'estero.
Infatti a tenere uniti coloro che hanno deciso di varcare i confini
italiani per motivi di lavoro o di studio - e che vivono tra gente
a volte diversa, con pensieri diversi, immersi in una cultura
diversa - e i connazionali residenti in Italia, vi sono ancora
moltissimi interessi. Non solo affettivi, ma anche economici,
culturali, politici e sociali.
E' emerso in maniera netta durante i lavori della "Prima conferenza
degli italiani nel mondo" che - svoltasi a Roma nel dicembre 2000
- ha visto la partecipazione di rappresentati dei Comites e delle
associazioni all'estero, di 150 delegati provenienti da tutta
l'Italia, oltre ai 94 membri del Cgie, il Consiglio generale degli
italiani all'estero. L'accento, anche nel titolo, è sull'italiano
all'estero e non sull'emigrante. Sui suoi diritti e aspettative
di cittadino di origine italiana ormai radicato nel tessuto sociale
di un altro Paese. Ben diversi dai temi trattati nella "Conferenza
intergovernativa dell'emigrazione e dell'immigrazione" organizzata
sotto il fascismo nel 1924, ma anche da quelli analizzati nel
1975 nella "Prima conferenza nazionale dell'emigrazione". In tutti
e due i casi si trattava davvero di un'altra Italia.
"All'estero i nostri connazionali chiedono che ci siano scuole
italiane e che nelle scuole e nelle università dei paesi in cui
vivono, ci sia anche la sezione italiana, corsi di italiano, per
poter rimanere vicino a noi. E' una richiesta toccante che io
mi sento rivolgere in tutti i miei viaggi all'estero" ha detto
in quell'occasione l'allora ministro degli Esteri Lamberto
Dini.
Ma gli italiani nel mondo spesso devono affrontare pressanti problemi
sociali - soprattutto in alcuni Paesi come l'America Latina -
tra cui il riconoscimento dei propri diritti quali la pensione,
l'assistenza sanitaria e sociale per gli anziani e i disabili.
Denuncia la Commissione affari sociali: "Non è stata ancora avviata
una politica di interventi mirati a risolvere i problemi sociali,
previdenziali e assistenziali delle collettività all'estero".
Per questo motivo è necessario condurre un'indagine "sullo stato
di disagio e povertà esistente nei paesi di emigrazioni, sui flussi
di risorse esistenti anche da parte delle Regioni, sullo stato
della sicurezza sociale nei vari paesi al fine di intervenire
con politiche integrative adeguate".
Meno sentita è probabilmente la questione che più di tutte conquista
le prime pagine dei giornali: il voto. Ma dalla prossima legislatura
- con molte probabilità - gli italiani nel mondo potranno votare
e addirittura eleggere propri rappresentanti. Ciò determinerà
un profondo cambiamento nel rapporto tra chi vive in Italia e
chi sta fuori: maggiore attenzione ai problemi - sia socio-economici
che giuridico-istituzionali -, la piena valorizzazione del patrimonio
storico, culturale, ed economico rappresentato dagli italiani
nel mondo; una particolare attenzione alle nuove generazioni,
al ruolo della donna e a quello dell'informazione.
Saranno temi sui quali sarà chiamata a dare una risposta anche
la nuova maggioranza di centro-destra. L'altra volta Silvio
Berlusconi istituì un ministero per gli Italiani nel mondo
e ci piazzò Sergio Berlinguer. Fu un'esperienza fallimentare:
stretto tra Palazzo Chigi e la Farnesina, senza deleghe né reali
poteri, il dicastero rimase una scatola vuota. Questa volta ci
riprova Mirko Tremaglia, già deputato di Alleanza Nazionale,
sempre attento ai bisogni degli italiani all'estero, molto attivo
nella salvaguardia dei loro diritti e, per questa legislatura,
alla guida del ministero Italiani nel mondo. Forse ci sarà anche
l'interessamento diretto della Farnesina. La nomina di Renato
Ruggiero - l'ex presidente del Wto (World Trade Organization)
-, un italiano che ha vissuto per anni fuori dall'Italia in ruoli
di grande prestigio, potrebbe essere d'aiuto. E' quello che i
milioni di connazionali nel mondo si aspettano.
Grandinotizie.it/24 maggio 2001 ore 17:21
Aggiornato l'11 giugno 2001 ore 12
|