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Ripulire la società
da omosessuali, tossicodipendenti, pornofili, nomadi, prostitute
e perfino sacerdoti. Ma anche dai deboli e dagli inferiori. Questa
era la priorità perseguita dalla banda Ludwig, lo scopo principale
delle sue azioni criminose costate la vita a quindici persone
tra il 1977 ed il 1984 in Veneto. Dietro tale firma Wolfang
Abel e Marco Furlan, due ragazzi della Verona bene.
I due giovani - allora rispettivamente di venticinque e ventiquattro
anni - sono colti in fragranza di reato il 14 marzo 1984 mentre
tentano di appiccare il fuoco alla discoteca Melamara di Castiglione
delle Stivere, in provincia di Mantova. Da subito gli inquirenti
notano affinità con un altro attentato incendiario messo a segno
l'8 gennaio dello stesso anno presso una discoteca di Monaco,
Liverpool Diskotek. Il collegamento, basato su importanti indizi,
apre un filone d'inchiesta più ampio. Infatti, la prima azione
era stata rivendicata con un biglietto firmato Ludwig, in caratteri
ruici, marchiato con una riproduzione stilizzata di un'aquila
che poggia su una croce uncinata e la scritta "Gott mit uns" ("Dio
è con noi").
La sigla Ludwig compare per la prima volta nel dicembre 1980 su
un volantino inviato al quotidiano Il Gazzettino di Venezia
con cui si rivendicano particolari probanti di tre omicidi commessi
tra il 1977 ed il 1979. Del primo rimane vittima Guerrino Spinelli,
trent'anni, nomade bruciato vivo. Luciano Stefano, cameriere
omosessuale di quarantaquattro anni viene bastonato ed accoltellato
a morte poco dopo. Ancora il coltello è l'arma dell'ultimo omicidio
rivendicato, quello del tossicodipendente di ventidue anni Claudio
Costa.
Ludwig comincia a farsi sentire quasi regolarmente. Il 20 dicembre
1989 uccide con una scure e un'accetta Alice Beretta, una
prostituta di cinquantadue anni. Pochi mesi più tardi, il 25 maggio
1981, dà alle fiamme un capannone sul lungoadige dove trovano
riparo alcuni drogati. Nel rogo muore il diciottenne Luca Martinotti
e altri due giovani rimangono gravemente feriti.
Il 20 luglio 1982 due anziani religiosi, Gabriele Pigato
e Giuseppe Lovato, vengono massacrati a colpi di martello
mentre rientrando da una passeggiata. Un altro frate, Armando
Bison, è ucciso a colpi di punteruolo il 26 febbraio 1983.
Questa volta Ludwig lascia piantato nella schiena della vittima
un crocefisso.
Poi è la volta dei locali "peccaminosi": il 14 maggio 1983 incendia
il cinema a luci rosse Eros di Milano, uccidendo sei persone e
ferendone gravemente trentadue. Il successivo 17 dicembre appicca
il fuoco ad un sexy club di Amsterdam provocando tredici vittime.
Di seguito l'incendio dell'8 gennaio e quello del 4 marzo che
permette l'arresto dei due imputati. I giovani, però, si dichiarano
estranei alle vicende firmate Ludwig, ma gli indizi a loro carico
sono pesanti. Innanzitutto la grafia di Furlan coinciderebbe con
quella dei biglietti anonimi, mentre i disegni sono riconducibili
alla mano di Abel. In più sono positivi gli esami delle tracce
latenti sui fogli a quadretti sequestrati nelle abitazioni dei
due imputati. Nell'appartamento di Abel viene trovato un libro
in cui le parole "frate Ludwig" sono sottolineate. Alcuni testimoni
riconoscono i due assassini come i piromani del cinema milanese
e in prossimità al cadavere del cameriere viene ritrovato un paio
di occhiali da vista dalle lenti con la stessa gradazione necessaria
ad Abel.
L'iter giudiziario è lunghissimo. Ventuno udienze per chiarire
omicidi e stragi. Dopo l'arresto gli imputati si chiudono in un
silenzio ferreo, rotto solamente dalle prime dichiarazioni in
cui affermano di essere colpevoli solamente di uno scherzo di
carnevale finito male, ma nato senza la volontà di nuocere a qualcuno.
Le perizie si susseguono, soprattutto quelle psichiatriche che
riconoscono una parziale infermità mentale dei due accusati. In
particolare Abel, che tenta più volte il suicidio in carcere,
viene definito "potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri".
Il pubblico ministero chiede l'ergastolo, ma il 11 febbraio 1987
la Corte d'Assise di Verona li condanna in primo grado a trent'anni
di reclusione ciascuno, riconoscendo loro la seminfermità.
Intanto decorrono i termini per la carcerazione preventiva e i
due imputati vengono rimessi in libertà con l'obbligo di soggiorno
in due paesini veneti scelti dalla Corte.
Il 10 aprile 1990 arriva la sentenza d'appello con cui la pena
viene ridotta a ventisette anni sia per Abel che per Furlan perché
riconosciuti non colpevoli di alcuni delitti rivendicati da Ludwig.
A questo punto, prima di rientrare in carcere, Marco Furlan si
dà alla fuga e per quattro anni si rende irreperibile fino a quando
gli inquirenti non lo rintracciano e arrestano a Creta.
Abel, invece, è in carcere dall'emissione della sentenza definitiva
da parte della prima sezione penale della Corte di Cassazione
- 11 febbraio 1991 - che conferma la condanna a ventisette anni
di reclusione.
Dopo avere protestato contro la sentenza con lo sciopero della
fame ed essere stato ricoverato per molti anni in un ospedale
psichiatrico sotto sorveglianza, da tempo gode di permessi premio.
L'ultimo, il sesto, gli ha permesso di tornare a casa per settantotto
ore lo scorso 17 marzo. Capelli corti, jeans e maglione, l'uomo
è apparso sereno e a suo agio.
Laura Coricelli/Grandinotizie.it/28 marzo 2001
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