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Tra i 20 e i 45
anni, di sesso maschile, con una corporatura agile ma più forte
della media, capace di concentrazione prolungata. Questo l'identikit
del serial killer. Se consideriamo gli aspetti più "sociali" del
fenomeno scopriamo che esistono degli elementi comuni. Innanzitutto
l'omicidio seriale si verifica principalmente nei Paesi più industrializzati.
Gli Stati Uniti hanno il numero più alto di questo tipo di delitti
(il 58 per cento dei casi avviene proprio lì) e di seguito troviamo
i Paesi europei: l'Inghilterra (5 per cento), l'Italia (5 per
cento), la Germania (4 per cento), la Francia (4 per cento). Nel
continente africano la maggior concentrazione di omicidi seriali
avviene nella parte più ricca, nel Sud Africa.
Un altro aspetto che consolida questa tesi è l'incremento di omicidi
seriali a partire dagli anni Sessanta, durante il periodo del
boom economico e dell'espansione industriale. In generale, inoltre,
gli omicidi seriali sono più frequenti nei Paesi dell'Europa Settentrionale,
mentre nei Paesi Meridionali (Spagna, Grecia e Turchia) l'incidenza
è più bassa. Le grandi metropoli sembrano essere i luoghi preferiti
dai serial killer: New York, Los Angeles, Londra, Milano, Roma,
Parigi, Berlino, Mosca... Nella maggioranza dei casi a compiere
gli assassini è un individuo che opera da solo (72 per cento delle
volte). Solo il 12 per cento agisce in coppia e il 16 per cento
in gruppo. La maggioranza degli omicidi inoltre è commesso da
uomini (il 90 per cento). Un'altra sostanziale differenza tra
i delitti commessi da uomini e da donne è il mezzo usato. Mentre
gli uomini tendono a preferire un contatto fisico con la vittima
- strangolamento, pistola, accoltellamento - che permette di partecipare
attivamente all'uccisione, le donne in genere prediligono il veleno
per porre una relativa distanza dal delitto, evitando dunque la
manipolazione del corpo.
Ma perché un individuo diventa un serial killer? Come spiega Francesco
Bruno, docente di psicopatologia forense all'Università La
Sapienza, non esiste una "categorizzazione" tout cour per definire
l'omicida seriale. In genere le motivazioni che spingono un individuo
a compiere gesti violenti ed efferati nascono come manifestazione
di una patologia. Un'attrazione esageratamente morbosa verso il
corpo può spingere un individuo a uccidere e a manipolare il cadavere
a proprio piacimento. Ci sono poi quei killer con alle spalle
profonde esperienze di frustrazione, incapaci di vivere rapporti
sessuali e di instaurare relazioni con la famiglia e con gli amici.
L'omicidio diventa un mezzo per sfogarsi. In altre parole si attua
una sorta di vendetta generalizzata verso tutto ciò che l'omicida
percepisce come causa del suo disagio e che può essere rappresentato
dalla società nel suo insieme. Infine ci sono quegli individui
affetti da patologie psichiatriche vere e proprie i quali, spinti
da deliri, voci, false convinzioni possono in rari casi arrivare
a commettere un delitto.
Il serial killer è dunque matto? Secondo Francesco Bruno l'omicida
seriale non è né matto, né un delinquente. Lo studioso ci presenta
un'altra categoria: quella della mostruosità, che forse è l'unica
caratteristica costante tra i vari casi di omicidi seriali commessi.
Infatti "la categoria della mostruosità - spiega Francesco Bruno
- in sostanza fa in modo che i serial killer possano essere considerati
non propriamente portatori delle classiche patologie di mente
che conosciamo appieno, ma evidentemente vittime e protagonisti
di qualcosa di diverso. Essi non agiscono per spinte apparentemente
genetiche ma neppure per motivazioni ben chiare quali possono
essere il denaro, la passione, la vendetta, la gelosia e cos'altro".
Ad ogni modo psichiatri e criminologi sono d'accordo che nella
maggior parte dei casi, il serial killer, in età infantile o pre-adoloscenziale,
è stato a sua volta oggetto di vessazioni, abusi sessuali e grandi
frustrazioni da parte di genitori o comunque da figure autoritarie.
Alle spalle dell'omicida può nascondersi il fantasma di una famiglia
disgregata, a volte violenta, dove i ruoli non sono ben definiti.
E' il caso del pluriomicida di massa Charles Manson cresciuto
tra un riformatorio e l'altro con una madre alcolizzata, prostituta
e assente.
Gli omicidi si esplicano con modalità diverse. Il "depezzamento",
ossia il tagliare a pezzi il cadavere, sembra essere una delle
dinamiche più ricorrenti. E' il caso di Jeff Dahmer, più
noto come il mostro di Milwaukee il quale seviziò, uccise e tagliò
in pezzetti oltre 17 uomini per poi conservarne le parti nel frigorifero
e appese ai muri della sua casa. L'isolamento di una parte del
corpo e la sua conservazione permette un ricordo costante di quel
piacere provocato dall'uccidere. Spesso il killer si spinge anche
a comportamenti di cannibalismo, una pratica che come spiegò durante
il processo Dahmer stesso, dava la sensazione di appropriarsi
ancora di più di quell'individuo ormai disgregato. Secondo Pasquale
De Pasquali, psichiatra e autore del libro Serial killer
in Italia, la necromania, ossia la spinta psicologica e compulsiva
quindi irrefrenabile di entrare in contatto con i cadaveri, è
alla base di quella pulsione che porta l'omicida a commettere
atti brutali. In altre parole la necromania è un mezzo attraverso
il quale il pluriomicida concretizza sui cadaveri la sua necessità
di instaurare una relazione e il totale controllo sulle persone.
Come ci spiega Francesco Bruno in questi casi "spesso prevalgono
motivazioni di tipo ludico e sessuale o espressioni di potere
e allora il dominio attraverso la morte diventa una specie di
rito di iniziazione alla vita adulta".
Marianna Balfour/Grandinotizie.it/8 marzo 2001
ore 16:30
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