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Killer di Padova. I fatti
Killer di Padova. La confessione
Se
non si reagisce alle difficoltà della vita non si è veri uomini.
Per questo devo tenere i nervi saldi". Calmo, impassibile, Michele
Profeta - in carcere accusato di essere il "mostro di Padova"
- soppesa le parole sottolineandole con gesti lenti e misurati.
Un cocktail tra Burt Lancaster nei panni del Gattopardo
di Luchino Visconti e un occhialuto professore di lettere,
così è stato descritto dal sociologo Gianfranco Bettin.
Volantinava in giacca e cravatta. D'aspetto un po' dimesso, non
rinunciava mai all'accessorio chic. Simboli, forse, di una rispettabilità
di altri tempi. E poi i suoi occhiali demodé, molto rassicuranti,
da tranquillo impiegato statale di mezza età.
Parlava poco, mai una battuta, "si faceva i cavoli suoi", come
hanno raccontato i colleghi della società di servizi finanziari
per cui ha lavorato fino al giorno dell'arresto. "Non aveva certo
l'aspetto del cinquantenne rampante, non si notava, dava poco
nell'occhio". "Non si vedeva mai, è sempre stato riservato", confermano
nel condominio del "killer della porta accanto". Era "quello gentile"
dell'appartamento al penultimo piano, al numero undici.
Diverso dal giocatore frequentatore assiduo dei casinò, sebbene
anche a Venezia, al Ca' Vendramin, Profeta sia conosciuto come
"il professore" per il suo aspetto sempre elegante. Si presentava
al mattino presto e giocava sempre alla slot machine. Perfino
a casa non rinunciava all'azzardo accompagnando le sue serate
con le carte. E, forse, anche nei suoi delitti ha voluto inserire
un poker di terrore. Infatti, torna ricorrente nei delitti di
Padova il numero "12" quasi come un linguaggio crittografico.
Numeri e calcolo delle probabilità negli omicidi, sequenze che
sembra non abbiano un significato preciso se non per chi le ha
messe a punto. E nel gioco delle carte il "12" ha una logica esatta.
Dodici come il numero delle figure contenute in ciascun mazzo,
come la probabilità nel gioco del poker - "una su dodici" - di
imbroccare la cosiddetta scala bilaterale, cioè una scala con
doppio incastro, da un lato e dall'altro. Il messaggio lanciato
potrebbe essere che per ottenere qualcosa ci sono a volte due
possibilità. Un gioco complesso, che richiede intelligenza e concentrazione.
E Profeta appare lucido, logico, consapevole, tutt'altro che pazzo.
Dal momento in cui è stato arrestato, quando non ha opposto resistenza
né obiettato qualcosa, alla conferma del visto, l'uomo è apparso
freddo di fronte alle accuse. Apparentemente impenetrabile, distaccato
nello sguardo e nell'atteggiamento, laconico nel negare sempre,
sereno e controllato: così lo hanno visto gli inquirenti. Un magistrato
ha parlato anche di "eccesso di autostima", esternato con un disegno
criminale spietato con le vittime ed arrogante con le istituzioni.
Una sfida, una serie di gesti simbolici degni di un personaggio
enigmatico da romanzo giallo. Lontano da quell'uomo che teneva
per mano la compagna, Atonia Gemmati, ogni qualvolta fosse
possibile. Alla quale però è stato capace di mentire, di tacere
l'esistenza di una moglie, Concetta Mordino, dalla quale
non si è mai separato ufficialmente e dei suoi cinque figli, tre
dal primo matrimonio e due dal secondo.
Un uomo che deve restare in carcere, stando al giudice per le
indagini preliminari, perché "esiste il pericolo concreto che
l'indagato commetta altri reati della stessa natura" e perché
"c'è il rischio concreto di fuga".
Un uomo che, a detta sua, è "abituato ad avere a che fare con
uomini di giustizia, in mezzo a loro, però, e non dall'altra parte"
come gli sta succedendo adesso. Eppure la sua fedina penale non
è pulita: quattro condanne per emissione di assegni a vuoto, una
per truffa ed un'altra per aver circolato con un'automobile non
assicurata. Uomini di giustizia che comunque non gli hanno mai
fatto paura. Ma lo hanno fatto piangere. Una volta sola. Per pochi
istanti. Con il volto nascosto tra le mani Profeta ha accusato
il colpo. L'istanza di scarcerazione promossa dal suo avvocato
è stata respinta e, in quel breve attimo, Profeta è apparso confuso,
sfiduciato, destabilizzato, quasi ingenuo, così come è stato,
forse, quando ha lasciato alle sue spalle tutta quella serie di
indizi insanguinati che hanno condotto gli inquirenti dritti dritti
al suo portone.
Laura Coricelli/Grandinotizie.it
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