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Killer di Padova. Chi è Profeta
Killer di Padova. La confessione
La sottile punta
di grafite si muove sicura nel percorso obbligato del normografo.
Una breve linea diagonale, una retta e poi lo stacco della mano
dal foglio. Netto e deciso. E ancora una "s" rovesciata, sinuosa,
quasi morbida. Il pugno chiuso attorno alla matita calca forte
e sulla carta appare un messaggio. E' un avvertimento, una sfida,
una minaccia. E' un "12": il numero scelto dal "mostro di Padova",
il fil rouge dell'intero giallo che ha portato all'arresto di
Michele Profeta. Cinquantatré anni, palermitano, contro
di lui l'accusa di essere il serial killer che ha terrorizzato
la cittadina veneta.
Dodici i giorni intercorsi tra il primo ed il secondo omicidio
attribuiti a Profeta, dodici i miliardi chiesti dall'assassino
in una lettera anonima per firmare i sanguinosi delitti, dodici
il giorno di gennaio riportato sul timbro postale della prima
missiva arrivata alla questura di Milano e dodici gli anni di
esperienza come tornitore richiesti nell'inserzione sul Corriere
della sera utilizzata dalla polizia per contattare il mostro,
secondo sue indicazioni. Un numero ricorrente ancora senza una
spiegazione.
L'ultima corsa Pierpaolo Lissandron, tassista trentottenne
di Padova, l'ha fatta il 29 gennaio scorso sulla sua Citroen Xantia
- nome in codice "Pisa 14" - verso le otto di sera. Inconsapevole
della morte che l'attendeva. Nel buio e sotto una pioggerellina
sottile, ha caricato il suo assassino nel taxi, forse alla stazione
ferroviaria. E' stato freddato con un colpo alla nuca esploso
dal misterioso cliente. Muore poco dopo, senza aver ripreso coscienza.
Il suo portafoglio non si trova e si pensa ad una rapina finita
male, ma il giorno dopo l'ipotesi viene smentita dalla seconda
lettera che l'assassino invia al questore di Milano dove scrive:
"Non è una rapina".
L'11 febbraio Walter Boscolo, agente immobiliare di trentotto
anni titolare dell'agenzia Gregoriana di via Trieste 8, viene
ucciso nel mini-appartamento che stava mostrando al cliente-assassino.
"Ore 12.30, vi San Francesco, davanti alla farmacia, signor Pertini",
così nella sua agenda. Non sapeva che quell'appuntamento d'affari
si sarebbe trasformato in una trappola mortale. Stessa procedura,
un colpo alla nuca, stessa arma, piccola e da collezione, ma diverso
lo scenario lasciato dall'assassino. Accanto al cadavere, infatti,
il killer ripone una lettera - "Anche questa non è una rapina"
- e due carte da gioco, il re di quadri e quello di picche.
Lo stesso tipo di foglio e lo stesso normografo con cui era stata
scritta la prima lettera riscatto inviata al questore del capoluogo
lombardo. In quel testo anche l'indicazione di un'inserzione -
"Offresi tornitore specializzato 12 anni di esperienza" - che
il poliziotto doveva pubblicare ogni qual volta avesse voluto
entrare in contatto con il killer. L'annuncio esce più volte sul
Corriere della Sera a partire dal 5 febbraio in quarta
colonna, nella rubrica Offerte di collaborazione. Ma l'omicida,
almeno all'inizio, non risponde. Intanto le indagini seguono anche
un'altra pista.
Il killer, che non ha ancora assassinato Boscolo, in cerca della
sua vittima contatta una serie di agenzie immobiliari fin quando
non fissa un appuntamento. Ma qualcosa gli impedisce di portare
a termine il macabro piano: all'incontro si presentano due agenti.
Così, con un pretesto, si allontana. Qualche giorno dopo la stessa
scheda è usata dal fantomatico "signor Pertini" per fissare un
appuntamento con Boscolo. Attraverso i tabulati della Telecom
viene identificato l'apparecchio pubblico dell'ospedale di Noventa
Vicentina da cui è partita la chiamata e la scheda telefonica,
usata anche per telefonare ad altre persone, tra cui Antonia
Gemmati, quarantacinquenne palermitana convivente di Profeta,
un parente siciliano dallo stesso cognome dell'imputato ed un
suo collega. Tutti i nomi portano ad un unico proprietario: Michele
Profeta. E dopo il nome la foto, sottoposta ai due agenti immobiliari
scampati alla morte per il riconoscimento, puntuale, dell'indagato.
Intanto il killer comincia anche a rispondere agli annunci con
messaggi sms spediti da uno dei suoi dieci cellulari. Si oppone
ogni volta alla richiesta di un incontro che gli propone il questore,
ma i cellulari da cui arrivano le risposte, rimangono accesi e
Michele Profeta è "seguito elettronicamente" fino a casa. E' stato
così il telefono, una vera e propria mania per l'assassino, a
tradirlo.
L'uomo è stato fermato il 16 febbraio verso le 18.30, in via Alberto
Mario mentre era a bordo della sua auto, dagli agenti della squadra
mobile di Milano e da quelli di Padova. Freddo ed impenetrabile,
non ha opposto resistenza e non ha detto nulla. L'accusato continua
a negare, ma tutte le prove sono contro di lui. Come l'arma, il
revolver Iver & Johnson calibro 32 sequestrato insieme ad altre
tre pistole nella casa di Mestre della convivente. O il calco
sulle tracce latenti del suo portalettere, da dove è emersa la
frase scritta col normografo nella terza lettera. Lo stesso normografo,
trovato nella sua automobile. Gli investigatori hanno anche scovato
in casa di Profeta un mazzo di carte identico a quelle lasciate
al fianco del cadavere di Boscolo. In più il suo alibi per questo
omicidio è stato smentito dalla Gemmati la quale ha negato che
Profeta fosse in casa nel momento dell'assassinio.
Laura Coricelli/Grandinotizie.it
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