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Colpito da un malore, il filosofo e deputato di Forza Italia Lucio Colletti muore nelle acque termali di Calidario, a Venturina, in provincia di Livorno.
Negli anni Settanta Colletti è docente all’università degli Studi di Salerno, collega di altri autorevoli nomi, come Gabriele De Rosa e Carlo Salinari. Qui, il temuto "comunista con il coltello tra i denti, pronto a trafiggere bambini", come egli stesso ironizza sulla propria fama, mantiene un atteggiamento rigido nei confronti delle richieste sessantottine, quali esami mensili e la non trascrizione della bocciatura sul libretto. Colletti, infatti, definisce il sessantotto come "la stagione del nullismo, del verbalismo, delle assemblee, degli esami di gruppo e dei voti politici". Di quegli anni vede in maniera positiva solo la rivoluzione sessuale e con un po’ d’ironia dice: "Ho cercato di trarne qualche profitto".
Colletti dedica il suo impegno allo studio dell’Illuminismo, del marxismo, di Kant, di Hegel e di Benedetto Croce. Tutta la sua esistenza è mossa dall’irrefrenabile desiderio di conoscenza.
Si avvicina alla filosofia di Marx in maniera estremamente diversa rispetto ai pensatori del marxismo dialettico, da Plechanov a Lenin, a Lukàcs. Per Colletti, difatti, Il "materialismo dialettico non è materialismo in quanto scambia la metafisica idealistica per materialismo e la scienza moderna per metafisica".
Critico il suo giudizio su Che Guevara: "Il Che come politico fu un disastro. Proprio quando in Unione Sovietica Kossighin tentava di introdurre una riforma nel sistema economico delle nazionalizzazioni, lui vi si scagliò contro. Li attaccò sul piano dell'etica rivoluzionaria. Demolì i cosiddetti incentivi materiali di cui discutevano a Mosca per introdurre quei correttivi economici che poi arrivarono con la perestrojka di Gorbaciov, quasi 30 anni dopo. Guevara invece era per la linea dura, per l’uomo nuovo rivoluzionario e pensava che la gente dovesse produrre di più non con lo stimolo del denaro, ma solo con l'incentivi morali".
La sua attività di pensatore culmina nei suoi scritti, alcuni di essi sono: Il marxismo ed Hegel, Ideologia e società, Il marxismo e il crollo del capitalismo, Intervista politico-filosofica e Tramonto dell'ideologia.
L’intellettuale irrequieto dice: "Ho smesso di essere fascista dopo la prima liceo, grazie a un insegnante, Pilo Alberelli, finito poi alle ardeatine. Nel '48 ho votato per Saragat e per l'Occidente. Venivo dal partito d'Azione, ma quello repubblicano e liberale di Ugo La Malfa e Garosci. Non ero marxista, però ero in crisi. Il Psli che Saragat aveva fatto nascere era un abortino". L’iscrizione al partito comunista avviene "in condizioni difficilissime" come egli stesso racconta, "perché sapevo che era stata la Corea del Nord a invadere quella del Sud e non viceversa. E il culto di Stalin mi faceva ripugnanza. Rimasi vittima della teoria dell'engagement di Sartre. Della pressione a schierarsi". Nel 1964 restituisce la tessera del partito. Due anni dopo fonda il mensile La sinistra, una rivista come incontro di pensieri diversi, da Castro, a Ho Ci Minh, da Che Guevara ai Black Power statunitensi. Giangiacomo Feltrinelli compra la rivista e Colletti ne lascia la direzione nel 1967. Nel 1974 il suo rapporto col marxismo tocca l’apice della conflittualità. Non riesce più a condividerne la dimensione profetica, la meta ultima della libertà sociale scevra da ogni forma di disuguaglianza. Colletti è accusato di “tradimento”. Il filosofo emigra per tre anni a Ginevra, si accosta al mondo laico di Rosario Romeo, Alberto Ronchey e Ugo La Malfa, quest’ultimo lo esorta a scrivere, durante il rapimento di Aldo Moro, l'appello degli intellettuali alla fermezza. Alla fine degli anni settanta Lucio Colletti frequenta politicamente Bettino Craxi: "Il suo riformismo è il classico spillo che fa scoppiare il pallone della retorica e della demagogia. Però resto un cane senza collare e forse sono più utile così". Nel 1994 lascia l'Università, dopo anni di insegnamento a Messina, a Salerno e alla Sapienza di Roma. Accetta di candidarsi nelle liste di Forza Italia, in quel gruppo di intellettuali del "partito dei professori", al fianco di Marcello Pera, Piero Melograni, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa. Due anni dopo il filosofo si schiera contro i "pretoriani", ma ne salva il capo: "La sua leadership è un dato di natura".
Dopo alcune incertezze viene ricandidato. Colletti risponde a chi lo definisce un eretico: "Eretico io? E' una parola grossa. Ero il rompicoglioni del gruppo...".
Di lui dicono Marcello Pera: "E' uno spirito irriverente, sarcastico ma libero, sempre libero".
Silvio Berlusconi: "Piango la morte di un amico che è stato un´anima critica di Forza Italia e ha contribuito alla crescita di un movimento liberale che dal suo pensiero ha tratto stimoli e insegnamenti".
Denis Mack Smith, storico inglese: E' un intellettuale dal carattere forte, decisivo e incisivo, un polemista straordinario, uno dei pochi pensatori italiani che sapeva animare il dibattito politico e culturale".
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