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Per quarantasei
anni, dal 1946 al 1992, in Italia si è votato con il sistema proporzionale.
L'uscita dal fascismo convince i legislatori a garantire il massimo
della rappresentatività, anche a discapito della stabilità governativa.
In Parlamento trovano così spazio tutte le forze politiche del
Paese. Dalla loro collaborazione nasce il regime democratico.
Mezzo secolo dopo, l'eccessiva frammentazione del sistema politico
e la grave instabilità di governo segnano la fine del proporzionale.
A sostegno del passaggio ad un sistema maggioritario si forma
un movimento trasversale ai partiti, guidato da Mariotto Segni,
deputato democristiano che lascia il partito dopo Tangentopoli.
Il referendum del 18 aprile 1993 (sull'abrogazione del vincolo
della maggioranza del 65 per cento della legge elettorale del
Senato) sancisce l'investitura popolare al cambiamento.
Il 4 agosto 1993 vede la luce la nuova legge elettorale, che ha
come primo firmatario Sergio Mattarella. Ancora prima del
"debutto" del nuovo sistema, piovono le critiche. Indubbiamente
il "mattarellum" (come lo definisce il politologo Giovanni
Sartori) è un ibrido. La quota proporzionale e lo scorporo
attenuano moltissimo il carattere maggioritario. Nelle elezioni
del 1994 e del 1996, il "mattarellum" mostra tutti i suoi limiti.
Il nuovo maggioritario non riesce né a semplificare né a garantire
stabilità al sistema. In sette anni si succedono infatti sei governi
e si assiste ad una vera e propria proliferazione di partiti e
formazioni politiche. Il fatto è che la legge risente moltissimo
della fase politica in cui è stata varata. Il Parlamento che elabora
la legge è quello uscito dalle elezioni del 1992. Sono ancora
forti partiti tradizionali come Democrazia Cristiana e Partito
socialista fortemente restii al cambiamento. Il partito in ascesa
è la Lega Nord di Umberto Bossi. I collegi uninominali
sembrano appannaggio dei leghisti al nord, del Pds di Achille
Occhetto al centro e della Dc al sud. Ma sono in arrivo altra
scosse al sistema politico. Nel giro di pochi mesi la Dc e il
Psi spariscono. Il Movimento Sociale di Gianfranco Fini
triplica i propri voti e si trasforma in Alleanza Nazionale. Silvio
Berlusconi crea Forza Italia, che diventa il primo partito
italiano. Spariscono i partiti di massa. Le forze maggiori superano
di poco il 20 per cento. La legge era stata realizzata pensando
che si sarebbero create coalizioni antagoniste attorno a due o
tre forze. Nella nuova situazione, per vincere nei collegi uninominali,
è inevitabile che si creino coalizioni ampie ed eterogenee. Invece
di ridursi, le liste aumentano, perché anche un partito piccolissimo
può disporre di un potere di contrattazione enorme. Nel 1996 nell'86
per cento dei collegi uninominali è bastato il 40 per cento per
vincere. Per arrivare subito a quel 40 per cento, secondo Sartori,
vengono create delle "coalizioni-cordate", che non possono garantire
alcuna stabilità. Il recupero proporzionale finisce col diventare
"un premio di maggioranza per il perdente".
Dal 1994 ci sono diversi tentativi di cambiare legge elettorale.
Nel giugno 1997 - da pochi mesi è al lavoro la Commissione bicamerale
per le riforme istituzionali, presieduta da Massimo D'Alema
- Polo e Ulivo stipulano il cosiddetto "patto della crostata".
In una cena a casa di Gianni Letta, i leader di maggioranza
ed opposizione si accordano per un maggioritario a doppio turno,
con una quota proporzionale ed un premio di maggioranza alla coalizione
vincente. Con il fallimento della Bicamerale la proposta viene
abbandonata. Nell'aprile 1999 un movimento trasversale ai partiti
cerca di abrogare la quota proporzionale con un referendum, ma
non si raggiunge il quorum. Stessa sorte un anno dopo. Le forze
politiche oscillano tra nostalgie del proporzionale e slanci verso
un maggioritario puro. Non raggiungono un accordo e per la terza
volta sarà il "mattarellum" a decidere le sorti del Paese.
Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/27 febbraio
ore 17:32
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