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"A un principe
adunque non è necessario avere tutte le qualità, ma è bene necessario
parere di averle". Così Niccolo Machiavelli nel Principe.
Da sempre per un uomo politico l'oratoria è una dote indispensabile.
Cosa dire e come dirlo. Inutile negarlo: la politica è l'arte
delle parole, più che dei fatti. Nel senso che spesso le parole
stesse sono fatti. Roger Ailes, consulente elettorale di
George W. Bush, nei momenti critici della campagna, ripeteva
all'attuale Presidente Usa: "Don't forget, you are the message".
O, più semplicemente, come dice in un film Nanni Moretti
"le parole sono importanti". Con la fine dei partiti di massa
ed il passaggio al maggioritario, l'Italia conosce anche una trasformazione
del lessico politico. Spariscono o quasi i termini che possono
essere ricondotti ad un'origine ideologica: "blocco sociale",
"struttura", "intellettuale organico". O slogan come "lotta dura
senza paura" o "boia chi molla". Il gergo politico ha spalancato
le porte alle parole straniere. Dal mondo anglosassone prendiamo
"welfare", "authority", "impeachment", "lobby", "exit poll". Recentemente
è entrato anche "ticket" per indicare l'abbinamento di un candidato
premier e il suo vice. Dal francese, abbiamo mutuato "rassemblement"
e tradotto "ballottaggio". Qualcosa anche dallo spagnolo: "golpe",
"peones" e "boatos".
Tanti forestierismi, ma anche parecchi dialettalismi. I primi
anni Novanta sono dominati dal "senatur" Umberto Bossi.
Nel 1996 i due poli fanno quasi "l'inciucio" (dal napoletano).
Di origine meridionale anche "mazzetta" e "bustarella". C'è poi
il capitolo dei neologismi. Quello più abusato è sicuramente "tangentopoli".
Quando nel dicembre 1994 Bossi pone fine al governo di Silvio
Berlusconi, si parla di "ribaltone". Nel giro di pochi mesi
diventa una delle parole più usate dai giornalisti e dagli stessi
politici. La "Prima Repubblica" diventa il tempo esecrabile della
"partitocrazia" e del "consociativismo". Quello del suffisso -ismo
è un vero e proprio trionfo. Ai tradizionali "federalismo", "riformismo",
"trasformismo" e "ostruzionismo", si affiancano i nuovi "sfascismo"
(molto in voga nei primi anni Novanta), "buonismo", "garantismo",
"separatismo" (riferito alla carriera dei giudici), "bipolarismo".
Bossi (sempre lui) porta anche il poco elegante ma efficace "celodurismo".
Successo imprevisto per "par condicio", termine latino proposto
nel 1995 dall'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi
Scalfaro. Anche se qualcuno inizialmente pensa si tratti di
un'espressione spagnola…
Più complesso il discorso sugli slogan. Il termine, di origine
scozzese, indicava originariamente il grido di guerra lanciato
dagli eserciti prima della battaglia. Oggi è il pane quotidiano
di politici e copy-writer. Nell'immediato dopoguerra si scelgono
frasi come "Votate socialista" o "Vota comunista". L'uso avverbiale
degli aggettivi ("parlare chiaro", ad esempio) è una tecnica sfruttata
molto anche in campo pubblicitario ("Brindate Gancia"). Oggi si
preferiscono formule altrettanto brevi ma in grado di contenere
già una sintesi del programma. Ecco allora "Meno tasse per tutti"
o "Città più sicure". Molto ricercate rime, assonanze e figure
retoriche. Lo scopo non è l'argomentazione ma la persuasione.
In un clima di campagna elettorale permanente, le parole devono
incitare ed emozionare, più che informare. Come scrive Machiavelli,
"ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sei".
Antonello Sacchetti/Grandinotizie.it/1marzo
2001 ore 18:44
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