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Se le immagini hanno un senso, quella che ritrae George W. Bush, Vladimir Putin e Jiang Zemin insieme al termine del vertice di Shanghai dell'Apec (l'Associazione economica dei 21 Paesi dell'Asia e del Pacifico), è di quelle che segnano la storia. Non siamo a una "nuova Yalta", come qualcuno ha scritto, ma alla consacrazione di un direttorio. Il messaggio è chiaro: il Nuovo ordine mondiale passa da qui.
Ma anche i vestiti hanno la loro importanza. I leader dell'Apec concludono sempre i lavori indossando l'abito tradizionale del Paese ospite. Così tutti e tre portano le tradizionali giacche di seta broccata cinese chiusa a collo alto con disegni dorati. Ma Bush e Putin scelgono volutamente lo stesso colore, il blu. E lasciano il rosso a Zemin. Come a dire, il cammino della Cina verso la democrazia e la libertà è ancora da compiere appieno. Mentre la Russia, l'ha percorso.
Ma Zemin è un partner fondamentale. E' lui che sposta il peso geopolitico dall'Atlantico al Pacifico. Anche perché la vecchia Europa in questa fase non parla una lingua unica: è divisa, e poco importante in una guerra che si combatte troppo lontano dalla sua sfera d'influenza. Non a caso gli unici che davvero hanno un ruolo - a parte il tanto agitarsi di Francia e Germania - sono gli inglesi di Tony Blair.
E se Bush si permette di abbandonare il suo Paese mentre scatta l'operazione di terra e gli americani lottano con le lettere all'antrace, è perché la partita in gioco è più ampia. A Shanghai nasce un triumvirato del tutto inedito che ha già individuato un programma comune: lotta al terrorismo, caccia a Osama Bin Laden (anche se nel documento finale non vi si fa accenno), scambi di informazioni sia di intelligence sia sui movimenti finanziari sospetti. In compenso mano libera a Putin in Cecenia e mano libera a Jiang Zemin nello Xinjiang contro i separatisti islamici Uighur e in Tibet.
Con il solito pragmatismo che ispira la politica estera americana - e che indigna molta parte dell'opinione pubblica europea - i diritti civili possono tranquillamente restare nel cassetto. Oggi la priorità è battere il terrorismo islamico di Al Qaeda. Nel documento sottoscritto alla fine del vertice si chiede a tutti "di unirsi alla coalizione globale per sconfiggere il terrorismo internazionale". Era quello che voleva Bush, che incassa e porta a casa un altro successo diplomatico, mentre i raid vanno avanti e i primi ranger scendono a terra.
La Cina promette anche la chiusura della frontiera con l'Afghanistan, in modo che Osama Bin Laden non possa scappare per la strada del Nord-Est. E Putin - che dopo il summit è volato in Tagikistan dove si trovano 25 mila militari russi - ha addirittura adombrato la possibilità di inviare truppe da terra; che l'Afghanistan se lo ricordano fin troppo bene.
Inoltre il presidente russo, che ha già incontrato Bush tre volte in cinque mesi, volerà negli Usa il 12 novembre per una serie di incontri prima a Washington e poi a Crawford, ospite nel ranch texano di Bush. Tra lui e il presidente Usa c'è ancora lo scudo spaziale di mezzo. Ma l'America, in cambio dell'appoggio russo, ha frenato la sua uscita dall'Abm, il trattato antimissili balistici siglato da Urss e Usa nel '72 che vieta la costruzione di sistemi in grado di intercettare missili intercontinentali. E questo è un successo per Putin che nella prossima missione in terra americana ha un progetto ancora più ambizioso: arrivare a una nuova riduzione bilaterale del numero delle testate nucleari. Anche perché la Russia non potrebbe sostenere ancora a lungo il peso economico di un arsenale così esteso.
Chissà se Bin Laden era consapevole che con le Twin Towers aveva definitivamente abbattuto anche quello che restava del muro di Berlino. Forse ci avrebbe pensato due volte.
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