Dossier Bush
Il punto
News
Scenario
I fatti, i perché
Protagonisti dossier
Hanno detto
Dall'A alla Z
Curiosità e numeri
Libri e film
Glossario dossier
Rassegna stampa
Link
 
 
Home
 Ultim'ora - Dossier - Dall'A alla Z - Protagonisti - Hanno detto - Sondaggi   <<back
 
  
Inquinqmento atmosferico
 
 La squadra
 Gli uomini di Bush
 Il vice
 Dick Cheney
 Il presidente USA
 Funzioni e potere
 Bush vs Clinton
 Due presidenti
 Air Force One
 Lo studio ovale con le ali
 Casa Bianca
 Il simbolo della nazione
Gli Usa non ratificano Kyoto
Bush e l’ambiente
Economia al primo posto. E l’effetto serra può attendere…

Durante la campagna elettorale George W. Bush aveva promesso una nuova era per la protezione dell'ambiente. In particolare, si era impegnato a combattere le emissioni di anidride carbonica e a rispettare gli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto, firmato dagli Stati Uniti e da altri 82 Paesi in Giappone nel 1997.

Così non è stato. Insediatosi alla Casa Bianca il neopresidente Bush ha subito fatto capire che la salvaguardia dell'ambiente era divenuto obiettivo secondario rispetto alle esigenze dello sviluppo. Complice una recessione che non si vedeva da anni negli States, è divenuto prioritario non incidere in maniera negativa sul sistema energetico e non frenare l'economia nazionale.

Per questo tra le prime iniziative a cui si è dedicato il neo presidente, c'è stata quella di affidare ai suoi avvocati il compito di trovare il modo per annullare due misure legislative adottate da Clinton nel periodo conclusivo della sua presidenza: un decreto che mirava alla salvaguardia dello sfruttamento economico di 60 milioni di acri della foresta americana, e un decreto che prevedeva la costituzione di una riserva naturale in Alaska. Preoccupato di fronteggiare la continua riduzione delle scorte energetiche, Bush - un presidente che deve tanto all'industria petrolifera e che durante la campagna elettorale ha ricevuto ingenti finanziamenti dall'industria dell'energia - ha dato l'avvio all'esplorazione petrolifera delle zone protette dell'Alaska e ha prospettato che nuove licenze di trivellazione verranno concesse ai giganti delle compagnie petrolifere.

Se queste erano le premesse non avrebbe dovuto poi sorprendere che sull'accordo di Kyoto gli Stati Uniti facessero marcia indietro. Tale accordo infatti prevedeva che i Paesi industrializzati si impegnassero a ridurre in media del 5,2 per cento, fra il 2008 e il 2012, l'emissione nell'atmosfera di anidride carbonica e di gas responsabili dell'effetto serra. Se attuato, tale provvedimento avrebbe intaccato pesantemente la quota di produzione di energia degli Stati Uniti, il cui tasso di produzione di monossido di carbonio è pari al 25 per cento della quantità mondiale. Il presidente si è difeso dicendo che gli accordi erano "iniqui" nei confronti dell'America e ha citato uno studio del ministero dell'Energia secondo cui una diminuzione dei gas inquinanti avrebbe avuto dei costi troppo elevati per l'economia statunitense e sarebbe stato incompatibile con l'obiettivo di aumentare la produzione nazionale dell'energia.

Quel che ha creato confusione è stata la posizione ambigua mostrata dall'amministrazione Bush al summit del G8 sull'Ambiente, tenuto tra il 2 e il 4 marzo scorso a Trieste. Gli Stati Uniti erano rappresentati dal responsabile dell'Agenzia di protezione ambientale americana Christine Todd Whitman, la quale aveva rassicurato gli altri ministri partecipanti sull'atteggiamento del suo governo, dichiarando che "i cambiamenti climatici sono una delle sfide più importanti, se non la più importante dell'amministrazione Bush e non è cambiato nulla nel nostro atteggiamento rispetto agli obiettivi di Kyoto: stiamo semplicemente rianalizzando le strategie di implementazione, i limiti massimi di emissioni, i pozzi di assorbimento, eccetera".

Le dichiarazioni della Whitman però convinsero solo in parte. E infatti, pochi giorni dopo la chiusura del summit, Bush iniziò a fra trapelare i primi segnali che l'America non era intenzionata a ratificare il Protocollo di Kyoto firmato da Al Gore nel '97. Scatenando preoccupazione fra gli ambientalisti e fra i rappresentanti degli altri Paesi firmatari.

Quando poi nell'ultima settimana di aprile il dirigente del Segretariato di Stato per l'Ambiente Kenneth Brill ha dichiarato ufficialmente la frase che tutti temevano, "Kyoto è morto", la preoccupazione si è trasformata in indignazione e da ogni parte del mondo si sono levate critiche e accuse al presidente americano.

Il capo della Commissione europea Romano Prodi, mantenendo comunque toni pacati, non ha esitato a insistere sulla necessità di procedere sulla strada di Kyoto con o senza gli Stati Uniti, mentre pesanti attacchi non sono stati risparmiati all'amministrazione Bush da parte del ministro dell'ambiente italiano Willer Bordon, del vice premier inglese John Prescott, del ministro dell'Ambiente tedesco Jurgen Trittin, del Gruppo dei 77 paesi in via di sviluppo e dalla Cina.

L'accusa più dura è arrivata da Jennifer Morgan, del Wwf Usa, la quale ha dichiarato: "Bush rappresenta gli interessi delle lobbies del carbone e del petrolio, non i cittadini americani".

Un fin troppo esplicito attacco che sembra rispecchiare il sentimento comune del popolo statunitense. Secondo un sondaggio pubblicato dal Washington Post alla fine della cosiddetta "luna di miele" (i primi 100 giorni di presidenza), i cittadini americani approvano l'operato di Bush in ogni settore con percentuali superiori ai 60 punti, mentre per quanto riguarda i provvedimenti riguardanti l'ambiente non gli danno la sufficienza. Solo il 47 per cento degli americani, infatti, si è detto favorevole alle posizioni assunte dall'amministrazione Bush sulla politica ambientale. Un dato che dovrebbe far riflettere.

Grandinotizie.it/27 aprile 2001 ore 16:35


inizio pagina
Ultim'ora - Dossier - Dall'A alla Z - Protagonisti - Hanno detto - Sondaggi   <<back