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"La Fed non è il
centro del mondo". In un discorso di qualche anno fa davanti ad
un pubblico di eminenti banchieri, Alan Greenspan aveva
tentato di ridimensionare il ruolo della Banca centrale americana
sostenendo che le sue decisioni di politica monetaria sono e restano
vincolate solo ed esclusivamente all'economia targata States.
Pil, inflazione e occupazione sono le variabili, esclusivamente
americane, che la Fed tiene sotto controllo, mentre il settore
finanziario non rientra nell'ambito delle proprie specifiche competenze.
Ma verba volant… e il mondo trema ogni volta che Greenspan & Co.
"sfiorano" i tassi d'interesse. E checché ne dica, Greenspan ne
è più che consapevole dal momento che tiene ben in vista nel suo
studio una targa che dice: "The buck starts here". I soldi nascono
qui.
Il 20 marzo la Banca centrale degli Stati Uniti ha tagliato il
costo del denaro dello 0,5 per cento, portando così il tasso di
interesse interbancario al 5 per cento e quello di sconto al 4,5
per cento.
La notizia, attesa in tutto il mondo, non è bastata a risollevare
il mercato borsistico che si attendeva un taglio dello 0,75: Wall
Street ha chiuso in ribasso, Tokio l'ha seguita e tutte le altre
"piazze" hanno avuto andamenti altalenanti. "Greenspan ha agito
nell'interesse dell'economia americana e non dei mercati finanziari",
è stato il commento unanime.
Ma l'economia è un circolo virtuoso e il mondo è la sua cassa
di risonanza. Un "cenno "del "signore dei tassi" produce effetti
su aziende, investitori e consumatori.
E anche "l'uomo più potente del mondo", il presidente americano,
il 20 marzo ha atteso con il fiato sospeso l'annuncio di Greenspan:
la riduzione del costo del denaro da parte della Fed è fondamentale
per il varo della riforma fiscale di Bush.
Ma se il presidente della Banca centrale americana è considerato
"l'onnipotente" della politica monetaria mondiale, il capo della
casa Bianca resta il "signore" del commercio internazionale.
Gli Usa sono la prima potenza commerciale del mondo: esportano
da soli l'11 per cento della produzione internazionale e ne importano
il 13 per cento. Il livello dei loro dazi è in media pari al 2,8
per cento: fra i più bassi del globo. Sono tra i principali fautori
del libero scambio e tra i più attivi sostenitori del Wto, l'organizzazione
mondiale per il commercio.
Lo sviluppo commerciale è da sempre un punto fondamentale della
politica americana. Non a caso Bush ha sottoposto agli elettori
la sua idea di sostenere l'ingresso della Cina e di Taiwan nel
Wto e con loro si è impegnato ad accorciare le distanze che separano
l'Organizzazione mondiale per il commercio da un nuovo round di
negoziati internazionali.
Lia Romagno/Grandinotizie.it/ 22 marzo 2001
ore 13:49
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