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Poche volte si
sono succeduti alla Casa Bianca due inquilini così diversi fra
loro come Bill Clinton e George W. Bush. Le differenze
non si esauriscono a fattori di semplice schieramento politico,
ma riguardano anche il modo di interpretare e gestire l'attività
presidenziale.
George W. Bush, che non a caso è il primo presidente americano
ad aver conseguito un master in business administration, riesce
a lavorare in media molte meno ore dei suoi predecessori. Il suo
segreto: ottimizzare i tempi (poche chiacchiere e niente pause
caffè) e affidamento a ministri e assistenti compiti finora sempre
appannaggio del presidente. Puntuale alle sette del mattino arriva
nel suo ufficio, e ne esce alle sei e mezzo della sera. Nessuna
telefonata fuori l'orario di lavoro e nessuna riunione, salvo
casi d'emergenza, nei weekend, che solitamente trascorre alla
residenza di Camp David o al suo ranch in Texas.
L'esatto opposto di quanto avveniva nell'era Clinton. L'ex presidente,
infatti, non solo era un convinto sostenitore del controllo totale
e dell'accentramento dei poteri, ma la sua amministrazione è stata
caratterizzata dal costante sovrapporsi di vita pubblica e vita
privata e da continui ritardi e tempi lunghi, tanto da indurre
i suoi consiglieri ad assumere degli esperti d'efficienza. Mossa
che comunque non diede i frutti sperati. Si dice infatti che Clinton
odiasse alzarsi presto la mattina e prediligesse il lavoro nelle
ore notturne. Amava intrattenersi in lunghe conversazioni con
i funzionari della Casa Bianca e portare avanti per giorni le
riunioni concedendo non solo pause caffè, ma anche pause spuntini
a base di pizza e hot dog.
Un caso esemplare che mostra chiaramente la differenza delle due
amministrazioni è il modo in cui sono giunte alla definizione
del piano per la legge finanziaria: Bush ha impiegato cinque ore
per giungere all'accordo finale; a Clinton, nel 1992, tra uno
spuntino e l'altro, ci vollero quattro giorni di riunioni informali
(sabato e domenica compresi) e 25 ore di riunioni finali.
Dal punto di vista prettamente politico, il divario fra i due
presidenti è altrettanto evidente. Bush, infatti, in poco più
di due mesi ha mostrato chiaramente l'intento di abbandonare la
strada intrapresa da Clinton su aspetti fondamentali sia della
politica interna che di quella estera
Per quel che riguarda la politica nazionale è tornato su questioni
che, dopo otto anni di era Clinton, sembravano ormai parte integrante
della vita americana. Bush infatti già nel suo primo giorno da
presidente ha abolito il decreto presidenziale che il suo predecessore
aveva approvato nel 1993 in materia di aborto e contraccezione.
Ha così di fatto sospeso ogni finanziamento a favore degli organismi
internazionali che, ricorrendo a tali mezzi, forniscono servizi
di controllo delle nascite nei Paesi in via di sviluppo. Ha inoltre
avviato un riesame sulla vendita negli Stati Uniti della cosiddetta
"pillola del giorno dopo", la Ru 486.
Sempre per quanto riguarda la politica interna ha affidato ai
suoi avvocati il compito di trovare il modo per annullare le misure
legislative con cui Clinton era riuscito a sottrarre allo sfruttamento
economico 60 milioni di acri della foresta americana, il che potrebbe
dare il via a un processo di deforestazione dalle conseguenze
non ben calcolabili.
Diversa anche la politica fiscale perseguita da Bush. Il taglio
delle imposte per i redditi più alti, iniziativa accolta con calore
dai repubblicani e non particolarmente osteggiata dai democratici,
porterà a una riduzione delle tasse di circa 1600 miliardi di
dollari in dieci anni. Ma non mancano le polemiche. Secondo alcuni
economisti questa manovra potrebbe sia portare alla brusca interruzione
del circolo virtuoso avviato da Clinton, sia intaccare le conquiste
del "Welfare State". A tal riguardo Bush ha dichiarato che la
sua politica sociale può essere sintetizzata con lo slogan "conservatorismo
compassionevole". Che vuol dire, assicura l'attuale presidente,
che alla salvaguardia dei valori propri della cultura conservatrice
si unirà la costante difesa degli interessi delle classi sociali
più svantaggiate. Si teme comunque che possano venir apportati
dei tagli nel settore della Sanità e tolta l'assistenza medica
ai cittadini privi di polizza sulla salute.
Ancor più evidenti le differenti posizioni assunte dal 43esimo
presidente in politica estera. Se Clinton aveva proposto dell'America
una fin troppo esasperata immagine di "gendarme del mondo", Bush
ha dichiarato fin dall'inizio che l'intervento degli Stati Uniti
negli affari internazionali sarebbe stato limitato ai soli casi
in cui sarebbero stati toccati gli interessi dell'America stessa.
Esempi in tal senso sono già stati forniti dal caso dei Balcani,
dai quali ha ordinato il ritiro di 750 unità delle forze militari
statunitensi e, in modo ancor più evidente, dalla gestione della
questione palestinese. Se Clinton si era costantemente impegnato
per far giungere ad un accordo le parti - dai tempi della stretta
di mano tra Arafat e Rabin nel 1993, fino agli ultimi
giorni in cui è rimasto in carica - Bush ha dichiarato: "La nostra
Amministrazione opererà per rendere possibile la pace, ma non
forzerà la pace. Il nostro compito è di facilitare la pace e di
lavorare con chi vuole arrivarci".
Ma questa politica dell' "assistere" ma non dell' "insistere",
come Bush stesso l'ha definita, non è che uno dei fattori che
lo diversificano dal suo predecessore in questo campo. L'attuale
presidente sembra infatti aver assunto una posizione che, nonostante
le apparenze, sembra meno equidistante, rispetto a quella di Clinton,
nei confronti delle parti in causa. Come sembra dimostrare il
fatto che Bush si è dichiarato favorevole al trasferimento dell'ambasciata
americana da Tel Aviv a Gerusalemme, nonché il fatto che abbia
già avuto due incontri con il primo ministro israeliano Ariel
Sharon, ma ancora nessuno con il leader palestinese Yasser
Arafat, interlocutore privilegiato alla Casa Bianca ai tempi della
presidenza Clinton.
Simone Collini/Grandinotizie.it/26 giugno 2001
ore 18:15
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