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Firmato l'accordo tra le Americhe
Senza barriere
Nel 2005 nascerà la più vasta area di libero scambio

Il 22 aprile scorso, mentre all'esterno del Centro congressi di Quebec City aleggiavano ancora i fumi dei lacrimogeni sparati dalla polizia per tenere a bada i contestatori antiglobalizzazione, all'interno i 34 leader dei Paesi delle Americhe e dei Caraibi (esclusa Cuba) firmavano la Dichiarazione di Quebec sul Free Trade Agreement of Americas (Ftaa), il trattato del libero scambio panamericano.

Il documento prevede l'estensione degli accordi sanciti dal Nafta (North American Free Trade Agreement, l'accordo che ratifica l'associazione commerciale formata nel 1994 da Stati Uniti, Canada e Messico) e creerà a partire dal 2005 la più grande area di libero commercio del pianeta, dall'Alaska alla Terra del Fuoco argentina o, come ha più volte amato dire nei tre giorni di summit George W. Bush, "dallo Yukon allo Yucatan".

Verrà creato un mercato che interesserà 800 milioni di abitanti con un Prodotto interno lordo di circa 13mila miliardi di dollari, pari a oltre 26 milioni di miliardi di lire, il doppio di quello dell'Unione europea. L'impegno, sottolinea Bush, che l'America si assume con questo documento è politico e umanitario oltre che economico. Potranno infatti entrare a far parte del "grande mercato unico" soltanto gli "Stati democratici" americani. Una clausola prevede infatti che "solo le nazioni che rispetteranno la clausola democratica potranno giovarsi dei benefici di questo accordo". I firmatari contano così di tutelare gli interessi dei più deboli e di combattere la povertà e l'Aids, la corruzione e il narcotraffico, il crimine organizzato e il terrorismo.

Ma appare da più parti evidente che l'obiettivo economico è quello che comporterà le conseguenze più immediate e macroscopiche. L'abbattimento di tutte le barriere doganali aprirà infatti il mercato dell'America latina alle esportazioni degli Stati Uniti, dando così ampio respiro ai settori industriali che attualmente stanno attraversando un periodo di crisi, in primis il settore dell'high technology della Silicon Valley.

L'iniziativa è stata pesantemente attaccata dal cosiddetto "popolo di Seattle" (ambientalisti, organizzazioni sindacali, anarchici), che denuncia che a pagare il prezzo più alto saranno l'ambiente, le popolazioni più povere e le classi sociali meno abbienti, ma anche dalle lobby degli agricoltori e dall'industria siderurgica americane, tradizionalmente protezioniste.

A loro favore i sostenitori del libero scambio, invece, richiamano alla memoria i benefici che il Nafta ha assicurato all'economia messicana, che dal '94 ad oggi ha visto triplicare le proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, e attirano anche l'attenzione sui vantaggi di cui beneficiano oggi i Paesi asiatici, che si sono lanciati nella corsa commercio mondiale, di contro alla drammatica povertà dell'Africa, che non si è invece messa al passo.

Per ora comunque la vittoria è dalla parte di Bush. Non resta che vedere se riceverà l'approvazione dei leader europei e asiatici quando il documento di Quebec City verrà esaminato al vertice del G8 (che si terrà a Genova dal 15 al 22 luglio prossimo), alla riunione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale (a Washington dal 29 settembre al 4 ottobre), e alla riunione dell'Organizzazione mondiale del commercio, a Qatara dal 5 al 9 novembre. La strada per la "Grande Metamorfosi" del 2005 sembra ancora molto lunga.



Simone Collini/Grandinotizie.it/23 aprile 2001 ore 16:35


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