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Considerato una delle figure artistiche più fertili e originali del periodo postbellico, Federico Fellini rimuove l'idea di un cinema statico e troppo realista, che non riesce più a servirsi della fantasia. Con i suoi film dimostra quanto il sogno e la memoria, l'immaginazione e i pensieri siano una meta a cui il cinema può tendere, o addirittura un impegno che il cinema deve ottemperare. E di certo, in qualità di regista, realizza alcune tra le più complesse opere in cui l'astratto e la metafora della vita trovano la loro giusta espressione. Nonostante l'appartenenza al periodo neorealista, proprio il suo modo di intendere e vivere il cinema, lo distinguono da altri illustri registi a lui contemporanei come Roberto Rossellini e Vittorio De Sica.
All'età di dodici anni scappa di casa per lavorare nel circo, anche se la sua vera passione è il teatro. Nel 1939 si trasferisce a Roma con la madre, Ida Barbiani: per sbarcare il lunario lavora come fumettista e improvvisa caricature ai clienti dei ristoranti della capitale. Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale con il suo amico Aldo Fabrizi compone sketch radiofonici e incontra colei che sarà la compagna per la vita: Giulietta Masina. Proprio grazie all'aiuto di Fabrizi riesce a conquistarsi un ingresso nel cinema e tra il 1939 e il 1944 lavora in diverse commedie.
L'anno 1945 segna l'inizio del suo successo: Fellini incontra Roberto Rossellini e firma la sceneggiatura di Roma Città Aperta. Poi diventa aiuto regista accanto a Pietro Germi e Alberto Lattuada. La sua prima regia e sceneggiatura la firma nel 1950 con Luci del Varietà. Nel 1952 esce Lo Sceicco Bianco mentre l'anno successivo dirige uno dei suoi capolavori: I Vitelloni (con Alberto Sordi).
La consacrazione nell'olimpo dei grandi del cinema arriva con La dolce vita (1959) che vede l'interpretazione di Marcello Mastroianni, attore felliniano per eccellenza e suo alter-ego davanti alla macchina da presa. Fellini ha però al suo attivo già due Oscar, per il film La strada (1956) e per Le notti di Cabiria (1957) entrambi interpretati dalla moglie, Giulietta Masina, nei panni di una clownesca girovaga (Gelsomina) maltrattata da un brutale Anthony Quinn (Zampanò) e poi di una ingenua ma coraggiosa prostituta. Il successo de La dolce vita gli permette di realizzare, con estrema libertà, Otto e mezzo (premio Oscar nel 1963), film incentrato sul travaglio creativo ed esistenziale di un regista cinematografico. A questo punto Fellini abbandona ogni venatura neorealista e sperimenta una serie di esplorazioni molto personali delle proprie ossessioni e fantasie, rappresentate in Giulietta degli spiriti (1965). Sul finire degli anni Sessanta si avvicina alla televisione firmando Block-notes di un regista (1968) e I clowns (1970), tra i quali inserisce la regia cinematografica del Satyricon (1969). Torna poi ad ispirazioni più personali con Roma (1972), satira grottesca della sua città adottiva e Amarcord (premio Oscar nel 1974), ritratto della sua adolescenza nella nativa Rimini.
Dopo questo riconoscimento Fellini dirige ancora molte pellicole dalle quali emerge la nostalgia per un passato perduto e un crescente disgusto per molti aspetti del mondo moderno. Il casanova (1976), La città delle donne (1979), Ginger e Fred (1986), e l'ultimo, nel 1990, La voce della luna, sono tutti film che esprimono, immutata, la sua creatività e capacità di combinare ossessioni personali e riflessioni sulla natura dell'arte cinematografica.
Di lui Milan Kundera ha detto: "Fellini, uno dei pochi che hanno fatto del cinema una parte dell'arte moderna; il solo la cui immensa opera può essere messa sullo stesso piano di quella di Pablo Picasso e di Igor Stravinskij: Film che gettano uno sguardo magicamente immaginativo e, allo stesso tempo, terribilmente lucido sul mondo moderno, sulla sua grottesca sessualità, il suo abbrutimento, il suo esibizionismo".
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