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La prima cerimonia
del premio Oscar avviene il 16 maggio del 1929. Dall'anno in cui
i fratelli Auguste e Louis Lumiere hanno inventato
il cinema sono passati poco più di trent'anni ma le due storie
si intrecciano quella notte di primavera per non lasciarsi più.
E poco ha potuto la critica europea, non incline a sposare questa
autocelebrazione con cui Hollywood premia se stessa.
La manifestazione nasce da una idea dell'Accademia delle Arti
e delle Scienze Cinematografiche, associazione che, sorta nel
1927, fa della promozione e dello sviluppo artistico e scientifico
del cinema il suo obiettivo principale. I membri non sono altro
che produttori, registi, attori e altri professionisti che abbiano
in un qualsiasi modo dato un contributo all'industria cinematografica.
E sono loro che votano e, quindi, che premiano il migliore.
E' nella natura umana risalire sempre al perché delle cose e anche
in questo caso non si fa eccezione alla regola. L'Academy nasce
nel 1927 tra mille polemiche: sul suo capo pende la spada di Damocle
di istituzione voluta dai produttori al solo scopo di impedire
le associazioni libere fra gruppi di artisti. Un accordo di lobby
insomma. La cerimonia invece è legata al boom del cinema, esploso
verso la fine degli anni venti: si affermano i film sonori e i
premi Oscar segnano l'addio al cinema muto. In questo panorama
si fa largo la nuova tendenza: realizzare le pellicole sotto il
diretto controllo dei produttori, all'interno di un ristretto
numero di immensi Studios, che monopolizzano l'intera industria
cinematografica e, di conseguenza, anche le scelte per le assegnazioni
degli Oscar.
Da quel maggio del '29 di acqua sotto i ponti ne è passata tanta.
A cominciare dalla composizione dell'Academy e dai membri votanti.
Costituita inizialmente da soli 36 giurati, oggi conta 6000 soci,
suddivisi in 23 categorie professionali. I membri sono designati
dal Consiglio direttivo, che è l'organo amministrativo e di controllo
dell'associazione. Sono ammessi all'Academy gli artisti che hanno
ricevuto una candidatura all'Oscar, coloro che abbiano acquisito
una specifica competenza professionale e coloro che abbiano reso
un contributo straordinario allo sviluppo della macchina cinema.
La candidatura dell'aspirante socio deve essere sostenuta da almeno
due membri con le stesse qualifiche professionali. Infatti prima
che il Consiglio dia la sua approvazione, l'ipotetico nuovo membro
deve ottenere il parere favorevole del comitato esecutivo della
categoria alla quale appartiene.
Ma se all'inizio votavano solo alcuni di quei 36, dopo le prime
due cerimonie la facoltà di voto venne estesa a tutti i membri.
Non solo. Per alcuni anni e fino al 1957 si fece in modo che potessero
votare tutti i dipendenti dell'industria del cinema. Le modifiche
sono state tante e, in alcuni casi, fantasiose (si pensi ad esempio
che gli addetti ai lavori nel 1957 erano circa 10.000). Ma l'influenza
delle grandi di Hollywood è stato un fattore costante e sempre
in crescita. Prima la pressione sui dipendenti delle case di produzione
per il voto sui film prodotti dalla propria società. Ora i voti
influenzati dalle campagne pubblicitarie di dimensioni sproporzionate,
montate per pubblicizzare l'evento. Insomma un Oscar simbolo del
compromesso tra la creazione artistica e il successo del botteghino,
trascurando spesso le pellicole indipendenti (ad esempio il lodatissimo
Pulp Fiction, regia di Quentin Tarantino, grande
escluso del 1995).
La verità però è che, sebbene ci sia tanto da polemizzare, l'Oscar
ha il suo fascino, che ogni anno sfodera con argomentazioni sempre
nuove per ammaliare all' unisono spettatori e media. Il protagonista
è lui, in origine Academy Award of Merits, volgarmente detto Oscar.
Resiste all'usura del tempo, grazie anche alla sua particolare
lega di rame, peltro, nickel, argento e placcatura in oro a 24
carati, senza aver subito nessuna modifica o piccolo ritocco:
una rarità per il mondo dorato e perfetto di Hollywood. La statuetta,
nata nel 1928, rappresenta un guerriero appoggiato ad una spada
su una bobina cinematografica. Disegnata dal direttore artistico
della Metro Goldwyn Mayer, Cedric Gibbson e realizzata
dallo scultore George Stanley, è alta 34 centimetri e pesa
quasi 4 chili. La leggenda vuole che una segretaria dell'Academy,
Margaret Harrick, guardando la statuetta abbia notato un'incredibile
somiglianza con suo zio Oscar. Ma anche il cronista mondano Sidney
Skolsky ne rivendica la creazione avendogli attribuito la battuta:
"Vuoi un sigaro, Oscar?", sentita in un celebre spettacolo di
varietà. Pare che la statuetta vista di spalle, somigliasse anche
al primo marito di Bette Davis, Oscar appunto: l'attrice
diventa quindi un'altra pretendente per l'attribuzione del soprannome.
Nel tecnologico terzo millennio non sono rimasti in molti capaci
di confezionare un oggetto così particolare. Alla R.S.Owens
di Chicago occorrono 12 persone e circa 20 ore per dare vita ad
un Oscar. Ogni anno da questa fabbrica escono tra le 50 e 60 statuette,
senza poi considerare che la fabbrica lavora ininterrottamente
per riparare questi preziosi pezzi di storia, non adeguatamente
curati dalle cameriere del caso.
Sebbene la regola voglia ogni attore e attrice alla ricerca di
un Oscar, le eccezioni non mancano. La ribellione alla nomination
e alla vittoria annovera il nome di George Bernard Shaw,
mentre Marlon Brando, nel 1972, preferisce non ritirare
la statuetta per la sua interpretazione ne Il Padrino.
Per la cronaca: in caso di rifiuto l'Oscar viene rispedito alla
fabbrica, dove si provvede alla fusione per evitare che finisca
sul mercato clandestino.
Valeria De Rosa/Grandinotizie.it/12 marzo 2001ore
16:30
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