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L'edizione del
2000 riporta gli ometti d'oro a casa. American Beauty batte
tutti e raccoglie cinque statuette. Il film di Sam Mendes
si aggiudica il premio per il miglior film, miglior regia, miglior
attore protagonista (Kevin Spacey), miglior sceneggiatura
(Alan Ball) e miglior fotografia (Conrad L. Hall).
Fino all'ultimo i pronostici danno per certo anche il riconoscimento
ad Annette Bening quale miglior attrice protagonista. Invece
l'Oscar va a Hilary Swank, interprete di Boys don't
cry, diretto da Kimberly Peirce, film che rivela al
grande pubblico una giovane regista e una bravissima attrice.
La notte degli Oscar porta con sé altri premi importanti. La statuetta
come miglior attore non protagonista va a Michael Caine,
interprete del film Le regole della casa del sidro di Lasse
Hallström mentre Angelina Jolie sbaraglia la concorrenza
con la sua interpretazione in Ragazze interrotte (di James
Mangold) e si aggiudica l'Oscar quale miglior attrice non
protagonista. Ma un fremito di vero calore ed entusiasmo latino
attraversa la sala quando Penelope Cruz consegna il premio
per il miglior film straniero al suo connazionale e grande amico
Pedro Almodovar: Tutto su mia madre riesce a commuovere
anche gli americani.
Matrix, il film dei fratelli Wachowski, si aggiudica
tutti e quattro i premi tecnici: la migliore edizione, il miglior
sonoro, la migliore edizione sonora e i migliori effetti speciali.
Invece nessuno degli italiani "in nomination" riesce a vincere.
Rimangono a mani vuote Dante Spinotti, direttore della
fotografia candidato per Insider (di Michael Mann),
Milena Canonero candidata per i costumi di Titus,
regia di Julies Taymor, e Luciana Arrighi e Bruno
Cesari in gara per le scenografie, rispettivamente di Anna
and the king (Andy Tennant) e Il talento di Mr.Ripley
(Anthony Minghella).
Ma la vera sorpresa dell'edizione 2000 è il forte desiderio di
rinnovamento manifestato attraverso le nomination e gli Oscar
consegnati. Gli esordienti si sono fatti largo e hanno saputo
ricompensare il finanziamento rischioso di progetti di registi
giovani e non collaudati. Viene fuori un cinema lontano dalle
tradizioni e dalle convenzioni hollywoodiane, lontano dalle commedie
"politically correct". American Beauty, Magnolia,
Boys don't cry sfuggono ai generi tradizionali e seminano
un'inquietudine senza filtri tra i modelli sociali.
La manifestazione, anche se si tratta di una grande manifestazione,
non può però sottrarsi alle polemiche e alle critiche. Prima della
cerimonia i due maggiori contendenti nella corsa alle statuette,
la Dreamworks di American Beauty e la Miramax de Le
regole della casa del sidro che hanno speso miliardi in pubblicità
e pagine web, infiammano il panorama sparando a zero l'una sull'altra
nel tentativo di demolirsi a vicenda.
Qualche giorno dopo la premiazione invece il New York Times
lancia dalle sue pagine una accusa all'Academy: troppi i premi
agli americani, troppi gli americani candidati. Il cinema del
resto del globo è stato snobbato, relegato in un angolo e questo,
secondo il giornale americano, non è stato un episodio isolato
come se i membri dell'Accademia delle arti e delle scienze cinematografiche
adottassero una sorta di protezionismo sul cinema di casa.
Una nota di colore alla serata è data dalle battute di Billy
Crystal, ormai di casa allo Shrine auditorium, nelle vesti
di conduttore. Nessun attore e nessun film riesce a sfuggire al
suo umorismo, intervallato da frecciatine all'indirizzo di Gore,
riferimenti alla chiacchieratissima antica frequentazione della
cocaina di George Bush jr, la passione per le pistole di
Charlton Heston (grande sponsor della lobby delle armi
da fuoco) e a tutte le inchieste per corruzione in cui è coinvolta
la polizia di Los Angeles. Crystal da il via alle premiazioni
e con leggerezza riesce ad arrivare fino alla fine.
Valeria De Rosa/Grandinotizie.it/1 marzo 2001
ore 13:59
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