| |
Non se ne parla più, eppure il 2001 era cominciato all'insegna delle polemiche sull'uranio impoverito. La morte di numerosi reduci delle missioni in Bosnia e Kosovo aveva fatto parlare di "Sindrome dei Balcani". Il 4 gennaio l'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella aveva istituito una commissione d'inchiesta per rispondere ad una domanda di verità che si faceva sempre più insistente. La vicenda si era inevitabilmente intrecciata con il dibattito politico. Si era in prossimità delle elezioni che avrebbero sancito il cambio di maggioranza e ogni argomento era motivo di scontro tra i due poli.
L'uranio impoverito tiene banco fino alla fine di marzo, quando la commissione presieduta dall'ematologo Franco Mandelli pubblica il primo rapporto. Quella presentata è una verità troppo rassicurante per essere creduta. Eppure quasi tutti si accontentano di quelle trenta paginette in cui si ripete che non c'è prova scientifica della correlazione tra linfomi ed esposizione all'uranio impoverito. Si accendono i riflettori della campagna elettorale e i media cominciano a dimenticare i militari ammalati e l'angoscia dei loro familiari. Il 13 maggio gli italiani premiano il centrodestra e intorno alla commissione Mandelli tira aria di smobilitazione. Il 4 giugno esce il secondo rapporto. E' un vero dietrofront rispetto a due mesi prima. Ora si registra "un eccesso statisticamente significativo di linfomi di Hodgkin". La spiegazione? Non c'è, ma si invita la sanità militare a proseguire il monitoraggio. Il nuovo ministro Antonio Martino annuncia la proroga dei lavori della Commissione Mandelli e promette "qualche verità in più" per settembre. Poi cala il silenzio. L'11 settembre spazza via le ultime attenzioni di politici e giornalisti. Si pensa alla guerra e al terrorismo. Del terzo rapporto Mandelli nessuna traccia. Ad interessarsi di uranio impoverito rimangono i familiari delle vittime, gli ammalati e Falco Accame presidente dell'Associazione nazionale dei familiari delle vittime delle Forze Armate (Anavafaf).
Eppure i motivi per parlare di uranio impoverito ce ne sarebbero eccome. Chi ci assicura che tra i seimila chili di bombe sganciati dagli Usa sull'Afghanistan non ci siano anche munizioni all'uranio? I nostri soldati saranno impegnati per mesi in territorio afghano. Corrono rischi legati all'impiego di munizioni all'uranio? Il nostro Esercito ha predisposto precauzioni particolari? Ancora. Si è parlato della Somalia come di un possibile nuovo teatro di guerra. Lì i proiettili all'uranio sono già stati impiegati nel 1993. Esiste un piano operativo dei nostri vertici militari per usare precauzioni nei siti a rischio?
L'11 dicembre Accame denuncia che "di un lotto di armi all'uranio, acquistato dall'Italia a Israele, non si sappia dove sia finito e se ne sia stato fatto uso sperimentale nei poligoni". La vicenda è tutt'altro che conclusa. L'Anavafaf denuncia proprio a dicembre un nuovo caso sospetto di tumore. E' un ragazzo di 24 anni, in servizio nel 1999 nei poligoni "sospetti" di Teulada e Salto di Quirra. E' stato operato ed è in condizioni discrete. Ma la paura, per lui e per tanti altri ragazzi, rimane. A noi rimane la netta sensazione che su questa storia sia stato calato il sipario della ragion di Stato o, più banalmente, dell'opportunità politica.
Antonello Sacchetti
|
|
|